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"TRE CUORI E QUATTRO MANI" Monologo teatrale con introduzione ed esodo per pianoforte a quattro mani (per l’attrice Aglaia Zannetti e il duo pianistico Vincenzo Culotta - Katarzyna Preisner )-(Aprile 2007) |
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(La scena è spoglia. Unico punto di riferimento scenografico per l’azione teatrale è il pianoforte a coda su cui, all’inizio e alla fine del monologo, verrà eseguita musica a quattro mani. L’azione comincia con l’ingresso dei due pianisti che, dopo essersi seduti allo strumento ed essersi scambiati qualche ammiccante sguardo d’intesa, suonano un brano a quattro mani a mo’ di ouverture. Finita l’esecuzione del pezzo, lui si alza, bacia teneramente la partner ed esce di scena. Lei rimane per qualche istante in silenzio, carezzando la tastiera laddove, poco prima, avevano agito le mani di lui. In questa fase dell’azione, entra in scena l’attrice e guarda con odio la nemica in amore, intenta a godersi la beatitudine di quell’attimo. Lei esce di scena e l’attrice la segue con lo sguardo, silenziosa, ma manifestamente turbata. ) U-esse-cù. Due romano. Trentotto. U-esse-cù, due romano, trentotto!... U-esse-cù due romano trentotto, ma-le-di-zio-ne!!! Avrei dovuto capirlo subito che non poteva trattarsi della sigla di un volo internazionale. Ormai dovrei averci fatto l’occhio su certe cose, visto che è sempre in viaggio, quel farabutto dell’uomo che… amo,… amavo,… ho amato… Sa dio quanto sia viva, agonizzante o già fossile la mia dipendenza da lui. Dipendenza di cuore: la peggiore. Sempre in viaggio: da un punto all’altro di questo schifoso pianeta… da una boriosa metropoli all’altra di questo rivoltante angolo di universo affamato sempre e dovunque, in qualsiasi stagione dell’anno e a qualsiasi latitudine, delle stesse stessissime cose. Ma sì, delle stesse stessissime cose: fino alla nausea. Della cocaina come del sushi, e tutti a credere di essere tra i pochi fichissimi a nutrire tale predilezione; della Gioconda di Leonardo come della stupida arte interpretativa di mio marito. Sua. Di mio marito, del… PIANISTA. Lui… u-esse-cù, due romano, trentotto. Dio solo sa quante volte avrà suonato quella rottura di coglioni di Kreisleriana... un giorno davanti a una platea di musi gialli, appesi a quel loro sorriso idiota da perenni turisti in vacanza premio e il giorno dopo davanti al pubblico da plaza de toros di questo o quell’auditorium degli States, risuonante di fischi espressi e di rutti repressi. Al sapore di coca-cola. E tutti ad osannarlo, il grande pianista… a spellarsi le mani applaudendo alla sua raffinatezza di interprete, a sbavare per il fuoco misto a dolcezza del suo modo inimitabile di far vibrare le corde dell’anima di Schumann… Cazzoni!.. Imbecilli!... Prevedibilità? Totale! … Originalità? Un cazzo di niente!... Reazioni a ricalco, fatte con lo stampino a copertura di una sola vera inconfessabile aspirazione… pure quella – ma certo! – pure quella condivisa in massa: arrivare prima possibile all’ultima nota del concerto per poter uscire a farsi una sana birra in compagnia. Una buona birra in compagnia, sì; ma mica standosene zitti a rimuginare le seghe musico-mentali di… quella rottura di coglioni di Kreisleriana, macché! Una sana birra in compagnia cazzeggiando, sparlando di questo e di quella, ridendo di quella che se la intende con il marito di quell’altra, fingendo di sdegnarsi perché quello ci ha provato con la donna di quell’altro… Vorrei averlo o averla qui davanti chi ha agghindato le mie corna con il primo di una serie infinita di pettegolezzi… e gli altri giù a ridere o a sputare sentenze. Se le ficchino tutte e due dove dico io, le risate e le sentenze! Fanculo!... Sì, qualcuno me lo dovrà dire prima o poi a cosa serve un concerto, se non a tendere fino all’inverosimile l’elastico della noia per poi mollarlo di colpo svaccandosi in una bevuta imbevuta di malignità. Tutto uguale in questo mondo schifoso: nihil sub sole novum, come diceva il mio prof di latino. Tutto a ricalco, tutto prevedibile. Dalla convinzione spiattellata ogni due per tre che il cellulare sia una schiavitù ma che ormai non se ne possa più fare a meno… giù giù, fino all’andare in giro a dire che “io per carità la lealtà prima di tutto se mi innamorassi di un’altra andrei subito a dirlo a mia moglie non sopporterei di ingannarla sarebbe doloroso me ne rendo conto ma confiderei nella sua maturità e nella sua capacità di farsi una ragione di quella mia metamorfosi affettiva eccetera…”, fermo restando poi telefonare all’amante standosene chiusi nel cesso di casa, con lo sciacquone che scroscia a pieno regime perché nessuno senta il tuo ridicolo tubare… anagraficamente fuori tempo massimo. Tutto uguale in questa squallida valle di lacrime: dalla convinzione di essere veri ambientalisti, seriamente preoccupati del cosiddetto effetto serra, mentre il culo rimane avvinghiato al comodo sedile del fuoristrada che tiriamo fuori dal box anche solo per andare a comprare il giornale la domenica mattina… su su, fino alla convinzione che i capolavori della fantasia creativa – arte, musica, poesia – possano davvero detenere un potere consolatorio nei momenti in cui la disperazione non dà tregua. Chiedetelo a me, ora… a me che ho lo stomaco accartocciato dall’angoscia… se mi freghi davvero qualcosa di Mozart o di Debussy; se la lettura di un sonetto di Shakespeare o la contemplazione di un olio di Antonello da Messina abbiano davvero il potere di sollevarmi anche di un solo millimetro dalla merda in cui sto sprofondando da giorni, senza la benché minima aspirazione a risalire in superficie. Lui. Mio marito. Il pianista. Gli marcissero, quelle sue maledette mani, mentre mandano in delirio stupide accozzaglie di musicofili… Gli si sfaldassero una volta per tutte, mentre tutte insieme soccombono all’artrosi deformante quelle che sembrano instancabili nell’applaudirne la destrezza. Gli marcissero e gli si sfaldassero in buona compagnia: insieme a quel suo uccello incontinente, mai stanco di volare in cerca di cibo!... Lui. Mio marito. Il pianista. E, con lui, lei… La troia. La pianista. Lui e lei. Lei e lui. U-esse-cù, due romano, trentotto… E io – bamboccia che sono! – che credevo quell’appunto che teneva nel portafoglio fosse la sigla di un volo internazionale! Cretina, cretina, cretina!... Il biglietto era visibilmente scritto da una mano femminile nel fiore degli anni, ma…chi andava a pensare male, visto che nelle agenzie di viaggio, lavorano perlopiù impiegate con una gran voglia di fottersi l’una l’uomo dell’altra. E invece avrei dovuto pensarci. Sicuro che avrei dovuto! L’ho scoperto a mie spese – oh, idiota mille volte idiota! – il significato di quella sigla. U-esse-cù, due romano, trentotto: “Uomo senza qualità, parte seconda, capitolo trentotto”. |