"Constanze" Una veglia non impossibile  monologo per una messa in scena (1997) Alla mia piccola, adorata COSTANZA,in ampio anticipo sulla sua capacità di goderne e senza alcuna allusione all’eventualità di sue future identificazioni con il personaggio.

 

(Interno dell'ultimo appartamento viennese di Mozart. Sullo sfondo un letto matrimoniale su cui giace la sal­ma composta del musicista; il pubblico ne vede il solo dettaglio della punta delle suole delle scarpe. Ai lati del letto, due grandi ceri funebri spenti. Il resto del­la stanza è arredato in modo disadorno: un piccolo scrit­toio, una sedia e un mobile su cui stanno accatastate carte musicali manoscritte. Appeso a una parete, un oro­logio a pendolo funzionante segna, all'inizio della piè­ce, le due e trentacinque. In proscenio, a lato, situa­ta in modo tale da non limitare lo spazio d'azione del personaggio e da non ingombrare eccessivamente il campo visivo del pubblico, una finestra che dà sulla platea consentirà all'interprete di conversare con un interlo­cutore virtuale. L'azione si svolge nel cuore della not­te.)

  

CONSTANZE

(come enunciando ad alta voce il risultato di un calcolo mentale; in tono ragionieristi­co)

Nove anni... quattro mesi... giorni...

No, di questi non c'è da tener conto perché... allora era il quattro agosto e in questo preciso istante...

(dopo una rapida occhiata all'orologio a pendolo)

il quattro dicembre è passato da neanche tre ore. Così, escludendo i giorni, mi pare che il risultato finale non manchi di...

(ironicamente pomposa)

una sua qualche rotonda eleganza: nove anni e quattro me­si.

(con soddisfazione)

Siamo stati insieme nove anni e quattro mesi! Come dire: anni nove virgola tre periodico. Il che, per quel poco di scuola che ho frequentato, se non sbaglio ha qualcosa a che vedere con... l'infinito. Mica male! Finirò per il­ludermi che questo mio matrimonio sia destinato a trovare un posto nella memoria dei posteri!

(tornando al calcolo precedente)

Ehi, un momento... mi sono scordata di conteggiare le ore! Uhm... Quelle saranno a occhio e croce una dozzina; ma sì, mica staremo a perderci in simili pignolerie?! Oltretut­to, chi se la ricorda più l'ora in cui ci siamo sposati?

(rivolgendosi al morto)

Eravamo anche un po' in ritardo, vero Punkitìtiti?

(ripensando al tempo passato)

In ritardo, sì... ma, noi due o il prete?

(tornando a parlare tra sé)

Beh, che cosa importa ormai?

Fermiamoci alle cose concrete. Se non in anni, è senz'al­tro opportuno ragionare in termini di mesi; che sono in totale centodieci e che sono... oltretutto... l'unità di misura di ogni gravidanza che si rispetti.

(pausa)

E anche che non si rispetti.

(con crescente irritazione)

Cinquantaquattro su centodieci. Quasi la metà esatta ne ho passati ad aspettare che le sue... elargizioni organiche fruttassero qualcosa di... interessante. Che so? Visto che il seme era buono... un fanciullo prodigio che, sul­l’esempio del padre, ci permettesse di girare il mondo riempiendoci le tasche di tintinnanti fiorini! Risultato? Di sei parti posso dire che solo due non mi abbiano immediatamente sbattuto in faccia la fottutissima inutilità delle scocciature da ciascuno di essi comportate. E sottolineo la parola "immediatamente", perché i due so­li marmocchi non tornati in fasce al mittente - a casa di Nostro Signore, intendo - promettono ben poco di buono. Carl Thomas è uno zuccone di sei anni che non vuol saperne di studiare musica e io sono qui con tutta 'sta carta rigata di cui capisco quasi nulla e Dio solo sa quanto poco ci metterei a cavarne degli utili se solo ci fosse qualcuno, in famiglia, capace di valorizzarla nel giusto modo...; di farla fruttare, insomma. Franz Xaver non ha ancora cinque mesi ed è già una grana di quelle che tolgono il sonno.

(in tono sfuggente)

Su                Su di lui grava il sospetto che sia figlio del peccato.

(sottovoce)

Il guaio è che, se è figlio dell'altro... Dal seme di quello un... un enfant prodige? Non fatemi ridere, va’!

(ride sguaiatamente; poi, ricomponendosi)

Sapessi almeno io di chi è figlio!

(dopo essersi avvicinata al cadavere e dopo aver­lo osservato per qualche istante, scoppiando in una risata liberatoria)

E io che mi logoravo... che ho persino passato un paio di notti in bianco incalzata da quello stupido pensiero!

(enunciandolo con una certa enfasi)

QUALE SAREBBE STATO IL MIO PRIMO RAGIONAMENTO QUANDO MI FOSSI TROVATA A TU PER TU CON IL CADAVERE DI MIO MARITO.

(in un crescendo di platealità)

Una meditazione autodistruttiva? Una pianificazione del mio futuro di donna restituita alla libertà? Un'invetti­va contro la divina ingiustizia del mio precoce stato di vedovanza? Un ringraziamento all'Onnipotente per l'acqui­sita facoltà di negarmi ad una settima, ottava, nona, de­cima e... conigliesima gravidanza?

(riprendendo un tono pacato)

No. Niente di tutto questo.

Numeri, Punkitìtiti. Nient'altro che numeri. La tua Stan­zi Marini, la tua Schabla Pumfa, la tua Znatsnoc, la tua... Fogna, come amorevolmente mi chiamava quel bastardo di tuo padre, ha dipanato il più neutro dei ragionamenti: non il lamento che s'accompagna a un'afflizione insanabile, non il buon senso che veste di decenza i più colpevoli stati di eccitazione, ma... numeri; semplici numeri in­trecciati in un inerte rendiconto. Nove anni, quattro mesi, cinquantaquattro su centododici, di sei solo due, poco meno di cinque...

(rivolgendosi al morto, con sarcasmo)

I numeri della nostra vita, amore mio. L'oggettività!

(tornando a parlare tra sé)

Che c'è di meglio della fredda oggettività contro la de­bolezza comunque reprensibile dei sentimenti? La vedova inconsolabile dispiace al libertino: lo annoia fino a di­sgustarlo. La donna che gioisce all'idea di non dover es­sere più montata senza ritegno e con la benedizione di santa madre chiesa è una puttana. E poi... i numeri erano la sua passione; lo sapevano tutti. E io potrei confermarlo con gran parte delle let­tere che m'ha scritto in questi ultimi anni, quando era in viaggio o quando io mi trovavo ai bagni di Baden...

(prevenendo allusioni malevole)

...per motivi di salute, sia chiaro.

(a sua volta allusiva)

Certo, basta intendersi sul significato che si vuol dare alla parola "salute"; soprattutto in un'epoca come la no­stra, nella quale… l'insoddisfazione… viene sempre più ra­gionevolmente ritenuta uno stato di malattia a tutti gli effetti.

(pescando tra le carte contenute in un bauletto posato sullo scrittoio)

Ecco qua. E' tutta roba recente... lettere che hanno uno, due anni al massimo, e che si concludono immancabilmente con aritmetiche smancerie.

(leggendo qua e là)

"Ti bacio un milione di volte"...

"Ti bacio milioni di volte", qui ci allarghiamo.

"Mille teneri baci", qui siamo in fase di netta recessione. Uh, questa è bella, sì: "Adieu... cara... unica... Acchiap­pa al volo per aria... Ci sono 2.999 bacetti e mezzo che volano via da me e aspettano di essere afferrati...". E' un po' patetico, d'accordo; c'è però il bello del numero dispari. Vuoi mettere quanto più banale sarebbe stato un numero pari, divisibile per due?!

(con crescente compiacimento, passando a un'altra lettera)

Guarda, guarda... Qui doveva avere senz'altro qualcosa di cui farsi perdonare. Dovevo essere distratta quando ricevetti questa lettera. Non ricordo di essermi impres­sionata quanto ora, nel leggere la formula di congedo: "Ti bacio e ti stringo 1.095.060.437.082 volte - eccoti uno scioglilingua di quelli speciali - e rimango per sempre il tuo...", eccetera.

(in tono maliziosamente nostalgico)

Eh, sì... gli piacevano proprio i numeri... Anche farli. Con me.

(perdendo ogni barlume di tenerezza)

Il guaio è che mica sempre era all'altezza del mio... - come dire?- ...orizzonte d'attesa. A mettermi incinta non gli ci voleva nulla, ma, per il resto... Che diavolo! Una donna ha bisogno anche di certe attenzioni... che...

(in tono sbrigativo)

che, insomma, ben di rado sapeva corrispondermi come si deve. Anzi, diciamola tutta: quasi mai.

A inventare nomignoli affettuosi… ah, in quello era un campione! In quello non lo batteva nessuno: "Stanzerl mogliettina mia amatissima", "O stru, stri", "Schabla Pumfa", "Stanzi Marini"... Né gli mancava un suo bell'estro nel fare il porco. Sul­la carta da lettera, però... come sa bene quella cagna perennemente in calore di sua cugina Maria Thekla che, ol­tre a cogliere il fiore della verginità di colui che sareb­be poi divenuto mio marito, s'è anche aggiudicata i suoi messaggi più eccitanti. Oh, ma se è per questo...

(rovistando nel bauletto)

se mai la carta avesse un qualche potere decongestionante sulle voglie d'amore… magari ce l’avesse!... anch'io avrei i miei bei trofei da esibire.

(estraendo dal bauletto un paio di lettere ri­piegate; poi rivolgendosi ad esse)

Ecco, ecco... Proprio voi due cercavo.

(leggendo. fra sé e interrompendosi per rivolgere la parola al morto)

Di', ma sai che eri proprio un bel maiale?!

(dopo qualche altro istante di lettura mormorata fra sé, citando ad alta voce)

"Se ti raccontassi tutto quello che faccio con il tuo ri­tratto, ti faresti un bel po' di risate". Oppure quest'al­tra, che è anche meglio: "Prepara per bene il tuo caro, bellissimo nido, perché il mio giovanotto in effetti se lo merita; si è comportato benissimo e altro non desidera se non di possedere la tua cosa più bella. Pensa che birbante, mentre scrivo s'affaccia di soppiatto da sotto il tavolo e mi si mostra con aria interrogativa. Io gli do svelto un energi­co colpetto, ma il ragazzo è solo - poveretto - e pizzica sempre di più; tanto che non lo si può quasi tenere a freno".

(commentando, con scoperto cinismo)

Parole.

Ricordo perfettamente il sentimento che gli si leggeva in volto le rare volte che gli riuscì di proiettarmi verso le sconvolgenti vette del piacere. Aveva la stessa, iden­tica faccia pacificata di quando era lui solo a raggiun­gerle. Lo si vedeva che il suo stato d'animo era quello di chi avesse finalmente adempiuto ad un dovere ineludi­bile. Come dire: “Adesso che ho finalmente messo a tace­re queste noiosissime impellenze di madre natura, posso senza ulteriori intralci sprofondarmi in quello che più e che solo mi piace ed interessa: comporre”.

(con moralistica seriosità)

Io trovo che vi sia qualcosa di indecente in questo smoda­to e infantile attaccamento al gioco. E' rivoltante che un adulto si mostri così poco rispettoso verso l'essenza ulti­ma, la più profonda e autentica, del proprio essere... ov­vero verso l'animale che alberga in lui. Preferire il gio­co delle note alle vertigini del piacere - l'unica condi­zione in cui ci si senta veramente liberi perché capaci, pur di immergervisi, di sputare su qualsiasi legge morale, di non temere minacce, di uccidere e di uccidersi - è una dimostrazione di miseria intellettiva.

(in tono più spontaneo)

E io, ora, dovrei piangere la sua morte? La morte di uno che non sapeva staccarsi dai suoi balocchi risuonanti e che pretendeva di coinvolgermi in quella sua pazzia?!

(in tono accusatorio, ma con giusto ritmo narra­tivo)

Erano sostanzialmente due i fastidi di cui sentiva un impe­rioso bisogno di liberarsi perché nessuno gli impedisse di giocare: suo padre e madre natura.

(rivolgendosi al morto)

Tuo padre era colui che t'aveva insegnato il gioco e, con tutta la sua ridicola incapacità di vedere esaurito il pro­prio ruolo di maestro, andava eliminato. Andava giustamen­te eliminato; e Nostro Signore, per mie e tua sventura, ci ha fatto la grazia di richiamarlo a sé soltanto quattro anni fa. Dio, perché… perché solo quattro anni senza quel rompicoglioni?!

Per sgominare madre natura e l'invadenza con cui appesanti­va la tua testa dell'inutile zavorra di un paio di testico­li, hai pensato di ingaggiare me. Io... il vaso di scolo degli umori che allagavano la stanza dei tuoi giochi... Io... lo spazzino dell'immondizia organica che insudiciava il tempio armonico dei tuoi trastulli... Vaffanculo, Wo­ferl !

(tornando a parlare tra sé)

Mi fanno ridere quelli che, surriscaldati dai loro senti­menti di ammirazione per questo o quel compositore, ne elo­giano l'eroica dedizione al lavoro con esclamazioni esal­tate del tipo: "Una vita per la musica!". E di quelli che ci vivono accanto giorno dopo giorno a quelli che sull’altare della musica immolano l’intera loro vita?… Di costoro che cosa si dovrebbe dire?

(indicando il morto)

Lui... era la musica ad avvinghiarlo in un amplesso senza fine. Un orgasmo interminabile. Beato lui.

(rievocando un passato più remoto)

Mi fu chiaro fin dagli inizi del nostro amore che la sua mu­sica sarebbe stata la suocera sostitutiva di quella in car­ne ed ossa che il destino aveva cortesemente evitato di far­mi sopportare. La sua musica sarebbe stato il giudice onni­presente e beffardo della mia pochezza... oltre ad essere, naturalmen­te, la causa prima dello stato di insoddisfazione che m’ha avvelenato tutta la vita matrimoniale.

(riflettendo)

Colpa mia; solo colpa mia. Avrei dovuto convincermene al nostro primo con­tatto carnale.

(rievocando con evidente compiacimento)

Mi baciava appassionatamente e, mentre premeva il suo cor­po contro il mio, mi stringeva i lombi con la frenesia di chi volesse affondarvi le unghie... "Vai!" dicevo tra me e me. "Questo mica scherza! Questo fa al caso mio!". Poi, tutto a un tratto, mi resi conto che c'era ben poco di cui entusiasmarsi. Sentivo che i suoi polpastrelli non ghermi­vano la preda con la gagliarda impazienza di una compagnia di volontari al battesimo di fuoco. Agivano anzi scoordi­natamente,.. si imponevano alla spicciolata... con eviden­te indecisione. Fu così che, ad un certo punto, compresi distintamente quello che stava facendo.

         (sbottando esasperata)

Stava provando, sulla tastiera della mie natiche, un passaggio difficile di una sonata per pianoforte che gli avevo sentito abbozzare il giorno prima!