"CHE FARAI, LORENZO, IN AMERICA?" Monologo semiserio (2006)

 

(L’azione, per tutta la durata del monologo, si svolge sulla tolda di un piccolo vascello malridotto. Illuminazione fredda tendente al soffuso, a evocare una notte di luna piena. Il personaggio, muovendosi nello spazio ristretto concessogli dal ponte della nave, legge ad alta voce da un piccolo volume che stringe in una mano. Ogni tanto si ferma, posizionando il libro in modo tale da poter meglio sfruttare la luce della luna.)

 DA PONTE (di tanto in tanto commentando il contenuto del testo letto)

         “Ho visitato le mie montagne, ho visitato il lago de’ cinque fonti, ho salutato per sempre le selve, i campi, il cielo. O mie solitudini! o rivo che mi hai la prima volta insegnato la casa di quella fanciulla celeste! quante volte ho sparpagliato i fiori su le tue acque che passavano sotto le tue finestre! << eh, eh, ragazzo mio… qui hai pescato a piene mani da Petrarca! >> quante volte ho passeggiato con Teresa per le tue sponde, mentr’io inebbriandomi della voluttà di adorarla, vuotava a gran sorsi il calice della morte.

         Sacro gelso! ti ho pure adorato; ti ho pure lasciati gli ultimi gemiti, e gli ultimi ringraziamenti. Mi sono prostrato, o mia Teresa, presso a quel tronco; e quell’erba ha dianzi bevute le più dolci lagrime ch’io abbia versato mai; mi pareva ancor calda dell’orma del tuo corpo divino; mi pareva ancora odorosa. Beata sera! come tu sei stampata nel mio petto! – io stava seduto al tuo fianco, o Teresa, e il raggio della luna penetrando fra i rami illuminava il tuo angelico viso! << anche stasera abbiamo luna piena, ma… senza mona! Moon ohne mona… potrebbe dire un libertino delle mie parti, svezzato come me sul fulvo punto di convergenza di rosee cosce anglicanluterane>> io vidi scorrere sulle tue guance una lagrima; e la ho succhiata, e le nostre labbra, e i nostri respiri si sono confusi, e l’anima mia si trasfondea nel tuo petto. Era la sera de’ 13 Maggio, era giorno di giovedì. Da indi in qua non è passato momento ch’io non mi sia confortato con la ricordanza di quella sera; mi sono reputato persona sacra, e non ho degnata più alcuna donna di un guardo, << tutto questo commenterei con un “molto male!”… se non fossi sicuro che sono tutte balle letterarie>> … e non ho degnata più alcuna donna di un guardo credendola immeritevole di me – di me che ho sentita tutta la beatitudine di un tuo bacio.”

         Male, caro il mio signor Ortis; male non degnare più d’uno sguardo le altre femmine dopo aver ricevuto un bacio da una di esse, sia pure il più dolce e il più appassionato dei baci che, per la cecità che è propria dell’amore, ci sia parso il migliore di tutti i baci passati, presenti e futuri! In amore non c’è mai un meglio che non possa essere superato da qualcosa di indiscutibilmente preferibile… non c’è mai un’emozione che, nel transustanziare in ricordo di felicità… in nostalgia, possa non impallidire in vista di un’emozione prossima a farsi presente vivo…

         Oh, ma tu queste cose le sai bene, Ugo. Sta a vedere che, adesso, è un vecchio come me a dovertele venire a spiegare!...

                   (alludendo al libro che continua a stringere in  mano)

         Chi, come me, ti ha conosciuto di persona, sa bene che l’eroe con cui hai pianto in queste pagine è tutt’altro spirito rispetto a te. Se tu non fossi della mia stessa pasta, caro il mio Ugo, mica ti saresti abbassato a mettere gli occhi su quelle mie camicie di tela finissima – a Ferrara, nel novantotto… ehi, non crederai che me ne sia dimenticato!… O forse… no, aspetta; forse era nel novantanove. Era nel novantotto o nel novantanove?... Ma sì, che importa? – e a corteggiarle affinché, lusingato, finissi per fartene dono. La sai lunga, tu. Ti ricordo come un tipo sempre aggiornato su ciò che fa impazzire le belle donne. Mi riferisco al mutare delle mode, ovviamente. I nostri sono tempi da candide camicie aperte sul petto, camicie che fanno tanto patriota in attesa di fucilazione… camicie candide pronte a inondarsi di nobile sangue eroico… Non te le potevi permettere e hai studiato di procurarti le mie… Lo so, lo so… adesso va il crine arruffato, lo sguardo tenebroso, profondo e inquieto, la postura lievemente scomposta e impaziente… Mi piacerebbe sapere quante dame ti sei portato a letto con le mie camicie… magari senza neanche togliertele di dosso… Ma sì, buon pro ti faccia! Io che me ne farei, ora? E poi, i tempi dei miei trionfi erotici sono finiti da un pezzo. Passo la mano a te, Ugo. Goditela! Ormai, ciò che mi tocca è una sorte poco invidiabile davvero: raggiungere la mia numerosa famiglia che ho messo preventivamente al riparo dalle angherie dei miei creditori e trovare salvezza per me stesso, bersaglio principale dell’odio di chi rivuole i propri soldi.

         Dove vado?... Vado a perdermi in quella gran canaglia che è l’America, mio ottimo Ugo… gran canaglia di sognatori, debitori, disertori, puttane, assassini impuniti, ciarlatani rifatti, predicatori all’indice e farabutti d’ogni risma. A te a alle altre valenti penne della tua generazione l’arduo compito di tenere alta la dignità delle lettere nel nostro patrio idioma. Quanto a me, eccomi qui nel bel mezzo di un oceano… nel bel mezzo di un’impresa – rischiosa fino alla morte – a cui io stesso mi sono votato, nell’intento di traversare questo stramaledetto inferno salmastro su di una baleniera in odore di demolizione!

 Come scoglio immoto resta

contro i venti e la tempesta,

così ognor quest’alma è forte

pur se certo è il naufragar!...

Balle! Io ho una paura fottuta di questa massa d’acqua dagli umori imprevedibili. Altro che!...
Soave sia il vento,
tranquilla sia l’onda,
ed ogni elemento
benigno risponda
ai nostri desir.

 

Se penso che è roba che ho scritto io… quasi non ci credo. Quando siamo noi stessi a creare i presupposti per cui ci troveremo tutt’a un tratto, quasi certamente, in balia degli elementi, è proprio una bella idiozia cercare di ingraziarsi Madre Natura. Loro… gli elementi… se ne strafregano di un’azzimata strofetta di versi esasillabi; se si incazzano, insieme a tutto il resto si pigliano pure quella: la strofetta, il componimento di cui fa parte, l’autore del componimento e la bagnarola su cui viaggia l’autore del componimento. Che magari s’è lasciato andare alla debolezza di credere che il concetto di immortalità sia qualcosa di più di una bubbola per mentecatti.

Se penso a tutto il tempo che ho passato a scrivere versi e a riascoltarli a teatro ammantati della musica dei più eccellenti maestri di cappella, mi viene da ridere e mi piglia financo un po’ di nausea. E insieme mi prende una strana sensazione di postumo timor panico. Mi rivedo. Io allo scrittoio, smanioso di gloria e di guadagni, che mi spremo le meningi, mentre qui, al centro dell’oceano, tutta questa massa continua a ondeggiare, ora calma ora furiosa, ma sempre e comunque indifferente alle inutili, miserabili e microscopiche fatiche dell’immaginazione mia ed altrui. In teatro, cantanti che si sgolano intonando i miei versi, professori d’orchestra che si sbracciano ad accompagnare con i loro strumenti, pubblico che si spella le mani applaudendo, mentre qui, al centro dell’oceano, tutto questo universo liquido continua a corrugarsi, ad inarcarsi, a imbizzarrirsi o a dar fuori di matto, a sua completa discrezione e capriccio, comunque indifferente al sudare di chi cerca fama e ricchezza  dal cantare e suonare e a chi cerca di trarre piacere o semplicemente rimedio alla noia dall’ascoltare.

Attraversare un oceano! Che cos’è? Un’impresa folle dalla quale una mente sana dovrebbe tenersi prudentemente alla larga o un’opportunità benefica della quale ringraziare la Provvidenza?! Senza questa massa d’acqua su cui scivola la lurida imbarcazione che mi sta dando ospitalità mica correrei di gran carriera verso quella terra salvifica da cui spero una ritrovata pace! Mi ci dovrei recare sobbarcandomi tutto l’attrito con cui devono vedersela le ruote di una traballante carrozza postale. D’altra parte, però, se non vivessi nel terrore continuo di un fatale naufragio che potrebbe trasformarmi in cibo per pescecani, come potrei creare tra me e coloro che mi braccano – i miei creditori – la distanza incolmabile che mi serve per continuare a vivere? Proveranno ben anche costoro la paura dell’oceano che io provo; è in quella paura che confido, affinché si tengano alla larga dalla tentazione di inseguirmi. Lo spero, almeno.

Sì, è troppo presto perché la mia vita possa dirsi una partita chiusa. Ho i miei anni sulle spalle, questo è vero… tanti anni… ne sono “onusto”, per esprimermi con letteraria ricercatezza; ma questo non significa che non mi senta chiamato ad imprese non meno alte di quelle che ho finora compiuto. L’oceano – non d’acqua, ma di uomini – su cui ho saputo veleggiare fino ad oggi, in barba alle sue terribili tempeste di umori sfavorevoli e ai venti mutevoli dei suoi capricci, rende ben misero l’impegno che devo mettere qui, nel sopportare il rischio di questa traversata dal Vecchio al Nuovo Mondo.

Pur consapevole della precarietà del macilento legno su cui galleggio, con che spaventevolezza potrà mai soverchiarmi il più formidabile dei mostri marini che vagano negli abissi? Di quale implacabile durezza potrà mai fare sfoggio la più colossale delle montagne del ghiaccio artico, se tutto questo pongo a confronto con l’insaziabile ingordigia di passatempi e di antidoti alla noia che dovetti ingegnarmi a placare in capitali della sfaccendatezza come Venezia e Vienna, le metropoli della vanità che ebbero l’onore di contendersi i miei talenti di poeta drammatico e di maestro dei divertimenti? Per tener testa agli smodati appetiti del pubblico, all’impazienza degli impresari, al bigottismo dei censori e all’incontentabilità di primedonne e maestri di cappella, quante settimane dovetti trascorrere senza il beneficio del riposo notturno? La memoria mi restituisce in tutto il suo gravoso, interminabile trascorrere il tempo in cui, a Vienna, mi toccò fornire contemporaneamente – e di ottima poesia teatrale – tre sommi maestri dell’armonia come Salieri, Mozart e Martin y Soler. Informato del cimento con cui stavo per misurarmi, l’imperatore Giuseppe non volle credere che mi fosse possibile un’impresa tanto grande.  “Non ci riuscirete!” mi disse. “Forse no” risposi alla sua maestà; “ma ci proverò. La notte scriverò un Don Giovanni per Mozart e farò conto di leggere l’Inferno di Dante. La mattina scriverò per Martin y Soler e mi parrà di studiare Petrarca. La sera per Salieri e sarà il mio Tasso”. L’imperatore, oltre a  trovare subito divertenti quei parallelismi, dovette presto constatare quanto fervida e infaticabile fosse la mia fantasia. In capo a dodici ore di lavoro continuo e disperatissimo – con una bottiglia di tokai a destra, il calamaio nel mezzo dello scrittoio, una scatola di tabacco di Siviglia a sinistra e una servetta di diciotto anni che, girandomi attorno, mi dedicava attenzioni non solo domestiche  –  la stesura dei tre libretti fu cosa fatta.

Maledettissimo fanatismo per l’opera in musica!... Specie per quella di genere buffo, con quei suoi impossibili finali d’atto! Quel tipo di finale mica si contenta di risultare intimamente connesso col resto dell’opera, nossignori! Ha da essere una specie di commedia sé stante, che pretende un suo intreccio originale. Il recitativo non vi ha diritto di cittadinanza; a dominare incontrastato è il canto accompagnato dagli strumenti dell’orchestra e le forme a cui deve assoggettarsi han da essere le più svariate: l’adagio, l’allegro, l’andante, l’amabile, l’armonioso, lo strepitoso, l’arcistrepitoso, lo strepitosissimo. Ed è proprio lo strepitosissimo a chiudere ogni finale d’atto che si rispetti. La cosa, in termini musicali, si chiama “chiusa” oppure “stretta”; non so perché… Forse perché, lì, la vicenda rappresentata volge alla sintesi risolutiva; o forse perché quel punto dello spettacolo dà al povero cervello del poeta non una, ma cento strette. In un finale buffo degno di tale nome devono comparire in scena tutti i cantanti: fossero trecento personaggi, a uno, a due, a tre, a sei, a dieci, a sessanta… per cantarvi degli assoli, dei duetti, dei terzetti, dei sestetti, dei sessantetti! L’intreccio della commedia non lo permette? Cazzi del poeta, che bisogna trovi il modo di farselo permettere, a dispetto di tutte le aristoteliche unità di tempo, luogo ed azione! Non trova quel modo? Tanto peggio per lui: l’opera terrà al massimo per due rappresentazioni. E allora sì che sono dolori, visto che è costume che al librettista tocchi una percentuale sull’incasso solo a partire alla terza.

Una faticaccia, insomma; rischi a non finire e, quanto a fastidi e seccature… non avevo che l’imbarazzo della scelta. Sì, però… ciò che ne avevo in cambio non era poco; e stavolta non è ai fiorini che sto pensando. Tanto, di quelli, più ne avevo, più ne spendevo; ho sempre avuto le mani bucate io, lo ammetto. E, del resto, a che pro risparmiare? Per lasciare un segno del proprio insensato passaggio in questa valle di lacrime? Un passaggio effettuato attraverso la ricchezza e terminato con l’edificazione di un monumento alla propria incapacità di fare buon uso di denaro pazientemente accumulato, moneta su moneta… un monumento alla propria “impotentia gaudendi”? Pfui! La vita è così breve!... Secondo me, a meritare l’inferno dovrebbero essere coloro che, giunti all’ora fatale, si siano macchiati della colpa di non aver saputo trarre piacere dalla sua sostanziale vacuità. Sarebbe un “exitus” di impeccabile coerenza. Chi si è fatto artefice del proprio inferno qui, abbia anche nell’aldilà il beneficio della sofferenza perseguita in terra!

No… Non mi riferivo affatto a guadagni in denaro. Mi riferivo a soddisfazioni di tutt’altro genere. Il lato positivo dello sfiancarsi dietro ai capricci di pubblico, impresari, cantanti, maestri di cappella e generi affini sta nella possibilità di procacciarsi in società un qualche punto di presa, un qualche aggancio… per così dire… proficuo: poter frequentare ambienti brillanti… coltivare relazioni piene di succosa sostanza… Ci capiamo, no? Parlo di donne, insomma!

Parlo di mona.

Io, di mio, non sarei stato così incontinente se, nel passare dal giudaismo delle mie origini familiari al seno di Santa Madre Chiesa, non mi fossi trovato a dover abbracciare la religione cattolica ai piani alti di coloro che la amministrano. Non sarebbe bastata una conversione?... Macchè! In seminario mi toccò entrare! In seminario a… studiare, a dispormi ad offrire sull’altare di Domeneddio i talenti della mia intelligenza, del mio estro retorico e della mia sensibilità poetica! Finii per diventare abate e, si sa, non c’è niente che più del voto di castità spinga verso la gioia di infrangerlo, verso il piacere della fornicazione… verso la più sfrenata concupiscenza della carne. Divenire abate e sentirmi posseduto dal demone della mona – “demone”… “mona”…: interessante l’apparente etimo comune di questi due vocaboli – è stato tutt’uno. Bisognava che arrivassi alle disgrazie di oggi, che diventassi fuggiasco per debiti per mettere la testa a posto e contentarmi di una e di una sola donna… di una moglie: la mia cara Nancy che mi ha dato quattro bei figli e che ho già spedito in America, prima che i miei creditori me li pignorassero come un qualsiasi bene inanimato… e magari me li facessero schiavi per mandarli in chissà quale miniera od opificio di questo porco mondo!

Eh, sì, la Nancy… ma prima di lei… altro che il catalogo compilato da Leporello nel mio Don Giovanni! Dio, che stupendo sapore di fragola hai voluto si concentrasse nel frutto proibito di ogni bocca di giovane donna!... Labbra che danno il delirio, la vertigine e che valgono tutti i tormenti dell’inferno messi assieme; ai quali, peraltro, qui, entro i confini della terra dei mortali, le donne sanno abituare con nitidissime anticipazioni.