"IL DISSOLUTO REDENTO" Pasticcio da camera su musiche di Mozart (versione alternativa all’originale) 2009

 

 personaggi:

Don Giovanni (attore)

Orfeo (attore) 

Caronte (tecnico del suono, comparsa)

 un'auletride ateniese (un’oboista o  flautista)

(Ambiente spoglio, scabro, in penombra. L'azione dovrebbe svolgersi perlopiù a lume di candela, con aumento progressivo delle condizioni di luminosità in corrispondenza di ogni esecuzione musicale, fino a giungere ad intensità considerevole, che si risolva in improvviso buio totale sull'ultima battuta della pièce. Don Giovanni si rivolgerà al pubblico con discrezione, evitando di eccedere in effetti farseschi; suoi termini di ínterrelazione drammatica saranno i personaggi di Orfeo, di un'auletrìde greca e di Caronte, quest'ultimo coincidente con il tecnico del suono, vestito di un saio macilento da anacoreta, che darà le spalle al pubblico dal­l'inizio alla fine della rappresentazione, non aprirà mai bocca e si sforzerà di mantenersi costantemente immobile, fatta eccezione per i momenti in cui, alla maniera di un deejay surreale, impacciato e vagamente autistico, azionerà il lettore CD per la diffusione degli inserti e frammenti musicali.

Lo spettacolo comincia con l'attivazione, da parte di Caronte, del predetto mezzo di riproduzione sonora: viene eseguito un pezzo pianistico di Mozart. Don Giovanni, in un consunto costume secentesco,  sonnecchia su un sofà sfondato e rappezzato.)

 

DON GIOVANNI

(al termine dell’ouverture pianistica, rivolgendosi a Caronte)

Mozart, tanto per cambiare !

(al pubblico, in tono di astioso rimprovero)

Se lo aveste conosciuto come l'ho conosciuto io, che sono figlio della sua fantasia…  non ve lo rigirereste fra dita e orecchie tanto spesso e così... impunemente!.

(tra sé e sé, con accenti di contrariato rammarico)

Eh, si!... Se solo potessi disporre di una piccola parte del mio meraviglioso pubblico... Non dico tanto: una decina... una mezza dozzina di spettatori... meglio se comodamente sistemati nel grande palco centrale, quello riservato alle autorità, perché si sentano a loro completo agio nell'ine­briante constatazione di trovarsi a godere di un privilegio concesso a pochissimi mortali... allora dalle loro bocche potrei sentir sgorgare confortanti parole di verità, che mi confessino l'amaro, intenso,  soffocante sentimento di delusione provato nell'aver visto me sprofondare quaggiù, nell'atro abisso della dannazione eterna.

Perché punire me, il libertino, il cavaliere estremamente licenzioso don Giovanni? Perché punire il dissoluto; se il dissoluto è stato sensale di spensieratezza, maestro di appagamento, messaggero di benefica eccitazione? Perché non punire i paladini della noia, i funzionari del perbenismo, i pasionari della dabbenaggine? Perché infliggere a me e non a don Ottavio, al Commendatore o a Masetto il castigo dell'immobile tenebra perenne?

Posto che sia giusto che la lama del boia si abbatta su chi si oppone al trionfo del Bene anziché del Bello, e io non lo credo, resterebbe da capire perché il sipario sia calato proprio nel punto in cui il Bene cominciava a trionfare.

(intonando con qualche grottesca storpia­tura le prime battute della stretta finale dell'opera)

“Questo è il fin di chi fa mal! Di chi fa mal!”

Certo, un finale del genere lo so spiegare benissimo da me, ma non nel senso gesuitico che gli si è sempre voluto attribuire. La questione è estetica: "Il fuoco cresce... Don Giovanni resta inghiottito dalla terra" - cito dalle didascalie del libretto ; finalino moraleggiante che in molti casi neppure viene eseguito e... giù il sipario. Stop. Fine della rappresentazione.

Vorrei ben vedere. Sai che divertimento altre tre ore di spettacolo sulla vita matrimoniale di don Ottavio e donna Anna! Contare sull'emozionante trasposizione scenica di qualche loro turpe vezzo sessuale... manco pensarlo. Figuriamoci! Il massimo della trasgressività che ci si può aspettare da un tipo come don Ottavio sono le sue sortite di gaffeur.

(in tono di ostentata galanteria)

“Lascia, o cara,

la rimembranza amara.

Hai sposo e padre in me!”

(commentando)

Mi domando se si possa consolare in modo più intempestivo ed infelice una fanciulla che ha da poco perduto il proprio amato genitore, caduto sì in duello per mano di un gentiluomo quindi in modo quant'altri mai onorevole, ma pur sempre strappato alla vita...

(in tono beffardo)

"Lascia o cara la rimembranza amara", mentre il mancato suocero - doppiamente mancato, ih, ih! - giace lì a terra, ancora caldo, col sangue che ancora sgorga dalla mortale ferita...

(in tono meditativo)

Ma si può forse pretendere che sappia consolare un cuore che non sa… corteggiare? Anche in questo don Ottavio era tragicamente inetto; anche per questo sarebbe di me ben più meritevole di eterna dannazione.

I suoi sfoghi d'amore?... Sempre cantati in assenza della corteggiata.

(vagamente intonando l'incipit dell'aria)

“Il mio tesoro intanto

andate a consolar...”

(commentando)

Io non ho mai delegato ad alcuno il piacere di consolare le afflizioni di una femmina che avessi eletto a mia preda.

(vagamente intonando l'incipit dell'aria)

“Dalla sua pace

la mia dipende...”

(commentando)

La "sua pace"... la "mia"... Cosa sono mai questi possessivi comunicanti a distanza? Ecco un'altra cosa di cui don Ottavio era completamente sguarnito: la conoscenza delle alte temperature erotiche a cui può essere portata la confidenzialità di un "tu". Pur con la certezza di non potersi qualificare allievo altro che mediocre, non avrebbe dovuto trascurare l'eventualità di aspirare a qualche mia lezione sull'argomento. Alla scuola del mio savoir-faire si sarebbe valso degli insegnamenti di un vero maestro nell'uso della seconda persona.

(declamando)

“Là ci darem la mano,

(cantando a piena voce)

là mi dirai di si!”

(con pacatezza, commentando)

 Quando è desiderata con ardore, una donna ha bisogno di sentirsi considerata unica, prediletta senza esitazioni, adulata con accanimento... e questa sensazione non le potrà certo venire da proposizioni che si neghino alla scoperta faziosità del "tu".

 

1° frammento musicale rimaneggiato:

"Deh, vieni alla finestra"

(da Don Giovanni)

 

(Terminata la citazione deformata, ascoltata con rapimento nostalgico da Don Giovanni, entra Orfeo. Nelle parole di quest’ultimo non vi sarà scomposta agitazione; vi si dovrà tuttavia cogliere il disagio e l'incredulità di chi sia sulle tracce di una persona amata , di cui abbia improvvisamente e inspiegabilmente perduto l'attenzione esclusiva.)

 

                       ORFEO  (senza mai cedere a toni appassionati)

                       Euridice? Euridice!

(rivolgendosi a Don Giovanni)

O sconosciuto mortale, hai forse veduto transitare in questo oscuro recesso d'Ade una figura muliebre di incantevoli fattezze? Ci univa poc'anzi una soavissima conversazione, ci incatenava un reciproco tenerissimo dono di sguardi, ma.,, tutt'a un tratto... mi è stata rapita dall'eco di una greve melodia che ho motivo di credere provenisse proprio da qui.

DON GIOVANNI

E' possibile, visto che stavo riascoltando la registrazione della mia voce impegnata in una serenata da me dedicata tanto tempo fa ad una bella servotta. Invece, riguardo a quell'aggettivo - "greve" - associato alla mia esibizione vocale... in altri tempi ve l'avrei fatto rimangiare in punta di fioretto! Che diamine, posso accettare l’eventualità che la registrazione della mia voce, datando ormai qualche secolo, abbia perso il suo originario splendore, ma sulla perfezione del mio stile canoro… non ammetto che si avanzino dubbi o riserve