"Gevorg l’armeno" Fantasia teatrale in un prologo, tre quadri e un epilogo, con inserti di melodie e danze popolari e di canto operistico
Istituto Comprensivo “G. Rovani” – Sesto San Giovanni Anno scolastico 2004/2005

Progetto Musica tra Scuola e Famiglia (L’intercultura: un’urgenza più che una possibilità) - Testo teatrale per le classi 2A e 2C

 

Personaggi:

 gruppo di giovani armeni ed armene

Gevorg Harutyunyan, dodicenne armeno

il preside

la signora Rosalba, collaboratrice scolastica

la professoressa Tortorici

 i compagni di classe di Gevorg:

Albiotti, detto Caccola

Badeo, detto Squallido

Covertini, detta Secchiona

Daruscio, detto Gasmetano

Fialeri, detta Merendina

Fahrid, detta Papiro

Jimenez, detto Macchu Picchu

Luminardi, detto Schifezza

Mobrulli, detta Mummia

Naùli, detto Grongo

Patussi, detta Taralluccio

Rogherti, detta Chanel

Tambruno, detta La Tipa

Zappalà, detto Clepto

 lo zia di Badeo, fanatica melomane  

due cantanti d’opera (un soprano e un tenore) accompagnati da un pianista

gruppo di giovani immigrati armeni

 

Due sono gli ambienti in cui si sviluppa l’azione:

un’aula di scuola media e, dal terzo quadro alla fine, la spaziosa tavernetta di casa Badeo.

 

L’epoca in cui si finge l’azione è la nostra.

 

Musica: eseguita dal vivo per i cambiamenti di quadro e per gli inserti operistici,

diffusa tramite lettore CD per le azioni coreografiche.

 

MUSICA INTRODUTTIVA (n. 1)

  

PROLOGO CON AZIONE DANZATA

 

(Il sipario si apre su un gruppo di giovani armeni ed armene in costume tradizionale. Sul ritmo di una lamentosa melodia popolare, il gruppo muove passi di danza per rendere omaggio ad un amico in partenza  per una terra lontana. È Gevorg, che lascia la natia Armenia per emigrare in Italia. Il ragazzo, occupando il centro o un lato del proscenio, è ben visibile al pubblico; tuttavia, agli occhi degli spettatori si mostra perlopiù di spalle. Porta con sé due grandi bagagli e osserva attentamente la danza d’addio eseguita in suo onore. Terminata la musica e, con essa, l’azione coreografica, i danzatori saluteranno l’amico con un corale “Torna presto!”,  Gevorg risponderà con “Lo spero. Addio!”; il tutto nella lingua della loro terra.)

 

GIOVANI ARMENI (in coro)

            Sciut veradarzìr, Gevorg!

GEVORG

            Huìs unèm.  Mnàs baròv!

 

(Gevorg esce di scena, salutato malinconicamente dagli amici; dopo di lui, escono i giovani armeni, ovvero il corpo di ballo.)

 

 MUSICA DI TRANSIZIONE (n. 2)

  

PRIMO QUADRO

 

(Aula scolastica. Oggetti ed arredi devono far pensare ad un ambiente che ospita allievi di scuola media. Entra il preside, tenendo per mano Gevorg, che si muove con atteggiamento un po’ impacciato.)

 

PRESIDE (con un sorriso di circostanza)

            Caro Gevorg, ancora qualche minuto e provvederemo al tuo inserimento. Ti troverai bene qui da noi, vedrai. La nostra è una scuola moderna e disponibile ad accogliere giovani di qualsiasi cultura. Una scuola… interculturale, la nostra!

GEVORG (in tono mortificato)

            Lei detto… credo… “inserimento”. Io no capisce “inserimento”.

PRESIDE

            Oh, caro caro ragazzo… “Inserimento” è come dire… collocare qualcuno in un nuovo ambiente. Fa’ conto di essere una simpatica scimmietta. Ecco: fino a ieri te ne stavi in Africa a scorrazzare nella jungla, oggi vieni portato in Italia e, a questo punto, ti sistemano in un nuovo ambiente… ti inseriscono, che so?… In una gabbia del Parco delle Cornelle! Capito?

GEVORG (in tono contrariato)

            Io no è scimieta. Io è ragazo.

PRESIDE (sorridendo amabilmente)

            Ma lo so bene, Gevorg, che non sei una scimmietta. Figuriamoci! Oltretutto, mica vieni dall’Africa, no?!  Vuoi che un preside non sappia dove si trova la tua terra d’origine, la bella Armenia? Il mio era solo un esempio. Volevo solo dirti che fra pochi istanti conoscerai i tuoi compagni di classe e la tua professoressa di lettere. (In tono irritato, quasi parlando tra sé e sé) Certo, se si muovessero… Ormai sta per suonare l’intervallo e quelli non sono ancora saliti in classe. (Dopo aver guardato nervosamente l’orologio, con voce stentorea) Signora Rosalba!

 

(Entra la bidella)

 

ROSALBA

            Eccomi, signor preside.

PRESIDE

            Si può sapere dove diavolo sono gli allievi di questa classe?

ROSALBA

            Sono giù in aula informatica… con la professoressa Tortorici.

PRESIDE

            E che cosa aspettano a risalire?

ROSALBA

            E io che ne so, signor preside?

PRESIDE

            E vada a sollecitarli, no?! Perché diavolo l’avrei chiamata sennò? Per farle fare conversazione con questo nuovo allievo?!

ROSALBA (in tono materno, dopo aver scrutato Gevorg)

 Ciao, bello! (In tono preoccupato, tornando a rivolgersi al preside) Questo qui… già me lo vedo… è un altro nuovo che a mensa non gli si potrà dare né il maiale e né i suoi derivati… Un altro con la dieta differenziata;  un'altra grana, insomma…

PRESIDE (in tono tra irritato, imbarazzato e paternalista)

            Questo nuovo allievo si chiama Gevorg Harutyunyan ed è armeno. Niente a che spartire con la cultura islamica o ebraica… e poi, se anche fosse… Per carità, signora Rosalba, non mi faccia gaffes che poi me la devo vedere io con i genitori! …Un bel corso d’aggiornamento sull’intercultura: ecco quello che le ci vorrebbe!

ROSALBA

            Come no! E poi cosa ancora? Pure il corso d’aggiornamento adesso! Con quello che mi pagano, secondo lei, dovrei pure mettermi davanti a qualche libro… Per carità! Mi faccia andare a vedere cos’è capitato alla Tortorici e a quei delinquenti dei suoi ragazzi…

 

(Esce.)

 

PRESIDE

            Sapessi, Gevorg, quanta pazienza ci vuole nel mio lavoro! Ragazzi che fumano nei bagni, professori che posteggiano l’auto nel campo di pallacanestro, bidelle che puliscono i banchi con l’acido muriatico, obiettori di coscienza che si nascondono a dormire negli spogliatoi della palestra! Non se ne può più, credimi! Ma, senti… per ingannare l’attesa, parliamo piuttosto di te.

Tu dunque vieni dalla bella terra d’Armenia.

GEVORG

            Sì, io viene di Armenia. Io nato in Kirovakan.

PRESIDE (pensando ad alta voce)

            Armenia, Armenia… Ecco, sì; io in Armenia non ci sono proprio stato. Mi ci sono  soltanto avvicinato quando, da giovane, giravo il mondo in moto con la mia fidanzata. …Che ora sarebbe ancora mia moglie se, detto tra parentesi,  non mi avesse piantato per mettersi con uno spiantato di speleologo, suo vecchio compagno di classe.

GEVORG

            Io no capisce “piantato” e “spiantato”. E no capisce neanche “spelogolo”.

PRESIDE

            Eh, capirai capirai. Da’ tempo al tempo e te ne accorgerai a tue spese… Dunque, ti dicevo dei miei viaggi in moto…  (Rovistando fra i propri ricordi) Sì, adesso ricordo. Fui lì lì per entrarci: in Armenia, dico. Fu durante il viaggio che feci  –  cos’era? forse il 1977… sì, era proprio il settantasette  –  durante il viaggio che feci in Thailandia. Ah, che bei posti! (Tirando le somme del proprio ragionamento) E così tu sei… buddista! Pensa che distratto! Non avevo minimamente pensato a questa ovvietà. Sarà perché, come estremorientale, sei così anomalo… Di due occhi, neanche uno un pochino a mandorla… La pelle, neanche un po’ color paglierino…

GEVORG (allibito)

            Stremorientale?... Io no è quelo! Io è armeno! Io viene di Armenia, no di Birmania.

PRESIDE (come preso dal panico)

            Oh, porca vacca…(Urlando come un ossesso) Facilitatrice!!!

 

(Entra la bidella)

 

ROSALBA

            La professoressa Pancrazi arriva alla sesta ora, signor preside.

PRESIDE (seccato e imbarazzato)

            Sarà mai possibile trovare una facilitatrice al posto giusto nel momento giusto?!

ROSALBA

            In compenso, però, ecco che arriva la Tortorici con i suoi scalmanati.

 

(Entra la professoressa Tortorici preceduta dai suoi allievi. Fanno una confusione infernale, che la sola presenza del preside sembra non avere il potere di attenuare; questi lancia un urlo tremendo.)

 

PRESIDE (ai ragazzi)

            Basta!!! Silenzio!!! Ognuno al suo posto!!!(Prodigiosamente ammutoliti, i ragazzi raggiungono i loro banchi.) Professoressa, cosa vogliamo fare con questa marmaglia?! Proceda all’appello, prego. E poi spero mi vorrà spiegare la ragione di questo inammissibile ritardo.

PROFESSORESSA (intimidita)

            Signor preside, siamo rimasti chiusi…

PRESIDE

            La spiegazione dopo, ho detto. Ora l’appello. Non perda tempo.

PROFESSORESSA (in tono impaurito, mentre tutti i ragazzi risponderanno con un “Presente!” ora svogliato, ora strafottente)

            Albiotti… Badeo… Covertini… Daruscio… Fialeri… Fahrid… Jimenez… Luminardi… Mobrulli… Naùli… Patussi… Rogherti… Tambruno… Zappalà…

PRESIDE

            E ora parliamo del ritardo.

PROFESSORESSA

            Siamo rimasti chiusi in aula informatica… Ho fatto presente più volte che la serratura è difettosa a causa del chewing gum con cui qualcuno l’ha sabotata…

JIMENEZ

            E’ stato il prof di musica a spiaccicargliela dentro!

DARUSCIO

            Macchu Picchu ha ragione! L’ho visto anch’io che è stato il prof! Per farci incolpare a noi e farci segare l’intervallo!

PRESIDE

            Avete alzato la mano per poter dire le vostre assurdità?! Zitti! Basta! Chi vi credete di essere, voialtri due, per incolpare uno stimato musicista come il professor Gorgheggioni? (Tornando a rivolgersi alla professoressa) Quanto a lei, professoressa, mi consenta: il suo è stato un errore di metodo! Serratura rotta… quale il rimedio? Quale?! Su, dica, dica…

PROFESSORESSA

            Non saprei… Chiamare un fabbro… un artigiano del settore…

PRESIDE

            Macché fabbro, macché artigiano di settore!... Non dica sciocchezze! La questione è “ergonomica”. Serratura rotta… ergo…  il rimedio è presentare un progetto, cara la mia professoressa! Qualsiasi disservizio si verifichi – se lo ricordi d’ora in poi – la cosa da fare è presentare un progetto! È questa  la chiave di volta della moderna istruzione pubblica! Ma passiamo alle cose serie. Per fortuna, a fronte di chi non sa presentare i dovuti progetti, c’è almeno chi sa presentare i dovuti nuovi allievi. … Bella battuta, eh, ragazzi? (Tutti tacciono.) Cara professoressa, cari studenti… sono qui per l’inserimento di un nuovo allievo della nostra scuola. Farà parte di questa classe. Vogliamo dargli il benvenuto tutti insieme?

TUTTI (molti svogliatamente, molti sguaiatamente)

            Ciao!

PRESIDE

            Questo vostro nuovo compagno si chiama… Dillo tu, Gevorg, coraggio.

GEVORG

Mio nome è Gevorg Harutyunyan.

PRESIDE

            Gevorg Harutyunyan è un ragazzo armeno.

PROFESSORESSA (intervenendo per riguadagnare la stima del preside)

            Pensate, ragazzi, un compagno armeno! Armeno… Capite il significato di questo aggettivo?

ALBIOTTI (marcando con forza la parola in questione)

            Io ci ho un cugino a Roma che quella parola lì gliel’ho sentita dire un sacco di volte. Per esempio, mi dice sempre: “Se propio me tocca studia’, io studio religgione, che armeno er prete e lo vedo ’na vorta sola la setimana… Così, fra tuti l’artri che me stano a stressa’ , armeno quelo nun me rompe li cojoni; o armeno  e me li rompe un po’ de meno”.

PRESIDE (infuriato)

            Come ti chiami, razza di maleducato?!

ALBIOTTI

            Mi chiamo Albiotti, perché?…  Ho detto qualcosa di sbagliato?

PRESIDE

            E fa pure l’innocentino ’sto delinquente! Professoressa, per questo soggetto, niente festa dell’accoglienza! Niente castagnata!

PROFESSORESSA

            Signor preside, mi perdoni, mi corre l’obbligo di ricordarle che l’accoglienza c’è già stata… e la castagnata pure.

PRESIDE

            E allora, per questo… Albiotti… niente uscita didattica! Niente visita alla mostra micologica!

TUTTI I COMPAGNI (chi l’una, chi l’altra battuta)

            Che fondo, però… Non è giusto… Maledetto Caccola, sempre a te tutte le fortune!... Pure stavolta te la scampi!

PROFESSORESSA (urlando con scompostezza, battendo pugni sulla cattedra)

            Basta, basta, basta!!!

PRESIDE

            Ottimamente, professoressa; mi compiaccio. Si imponga, si imponga con strenua energia. È così che si fa. Oltretutto. da questo preciso momento, la sua professionalità avrà modo di misurarsi con un nuovo appassionante problema. Far sentire a casa propria un ragazzo proveniente dalle più remote pianure del… Sudamerica! Visto, Gevorg? Visto che stavolta non sono andato i confusione! Buon lavoro a tutti!

 

(Il preside esce e Gevorg prende posto in un banco. Subito dopo, suona la campana di inizio intervallo. Tutti si alzano fragorosamente, tranne Gevorg.)

 

PROFESSORESSA

            Calma, calma… Si può fare ricreazione senza necessariamente demolire l’edificio scolastico, ragazzi! E non mancate di socializzare con il vostro nuovo compagno!

 

(Tutti escono di scena oppure, in alternativa, cala il sipario.)