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“Der
Teufel recht natürlich” (Il diavolo
così com’è) Mozart, Paisiello e
gli italiani: storia di un’ordinaria inversione di fortuna Festival Internazionale “W. A. Mozart a Rovereto”XVIII edizione: settembre-ottobre 2005 |
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Scena terza (Terminata l’esecuzione, ciascun componente dell’ensemble rimane al proprio posto.) JOSEPHA VON AUERNHAMMER (in tono soddisfatto) Le loro altezze non vorranno certo paragonare le babeli sonore di un Mozart con le solatie dolcezze canore di un Paisiello!... Incredibile a dirsi, con tutto quello che ancora ha da insegnarci in materia di squisitezze d’arte, quel grand’uomo s’è formato un concetto di sé a dir poco singolare. Incontrandolo a Parigi, l’ho udito proferire in pubblico queste parole nella sua calda lingua mediterranea: “Nella museca i’ songo nu ciuccio! Se me chiedete de fa pparla’ nu pastore, nu ‘surdato, n’eroina, ve dico ca nun me metto paura ‘e nisciuno. Ma ‘n fatto de vera museca, me chiamo nu zero, perché issa è n’arte e na scienza cussì profonna e ‘nesauribbile, ca io la riguardo com’appena cominciata. E ‘n quanto a la novità de la museca mia, dopo la creazione nun ce sta nulla de nuovo su chista terra!”. (commentando con trasporto) Quel che il signor Mozart in tutta la sua vanagloria non ha mai capito è che, nel dar forme alla più sublime delle arti, la musica, ci vuole umiltà... Umiltà, umiltà, umiltà!… Ma chi, meglio che degli odiati napoletani, avrebbe potuto insegnargliene i segreti?! Chi, meglio di Jommelli, di De Majo, di Caffaro, di Paisiello, di Cimarosa?! (insistendo sull’ultimo nome, come volendo sbalzarlo a rilievo) Cimarosa! Prego, mi facciano assaporare qualche soave accento della sua lingua melodica… mi facciano gustare il moresco sapore malinconico della sua infinita grazia…
Musica n. 5 (Di Cimarosa viene eseguito l’Andantino in Re minore.) (prima che la breve esecuzione sia terminata , quasi ignorando la presenza dei musicisti e rivolgendosi al ritratto di Mozart in tono odioso, falsamente amorevole) E dai, Mozart… perché quel viso così scuro? La musica di Cimarosa deve averti proprio messo di pessimo umore. Son quasi vent’anni da che ti ritrovi in codesto ovale, ma non ti avevo mai visto con un’espressione così funerea. Sai qual è il tuo problema?... È che tu tendi a cogliere in ogni successo altrui l’implicita manifestazione di una tua personale sconfitta… (con estrema durezza) Spudorato invidioso! Altro che Salieri! (fingendo di avere udito il ritratto parlare) Ah, forse non vuoi che ti metta in ridicolo, qui… davanti a tutte le loro altezze?... Ma, vedi, Mozart… le loro altezze sanno benissimo che la competenza musicale che mi pregio di trasmettere qui comporta il fastidio per così dire… inevitabile… necessario… di certi miei improvvisi sbalzi d’umore. E se mai volasse qualche parola grossa, le loro altezze mica se ne adombrerebbero, vero?... (in tono feroce) E allora lasciati sputtanare per benino, caro il mio farfallone amoroso! (in tono secco e protervo) Lasciami lavorare. (con manageriale spietatezza) Permettici di operare per il bene dell’umanità. (in tono sognante) Cimarosa: melodista insigne… Cimarosa: artista di genio non meno di Paisiello… E chi potrebbe negarlo del resto, dopo avere ascoltato il suo capolavoro, “Il matrimonio segreto”, l’unica opera ad essere stata bissata per intero e per volere di un imperatore che neanche amava il genere buffo? Bella musica in sé… ma ancora più bella, se penso ai giorni in cui le fu data forma. (subito con macabra schiettezza; poi in un crescendo di livore) Inverno del ‘91/’92. Lo sapevi? Mentre tu crepavi, lui componeva il suo capolavoro. Mentre la tua misteriosa malattia ti gonfiava fino a renderti impossibile stare altrove che a letto e finalmente – vivaddio! – immobile e inoperoso, lui riempiva pentagrammi destinati a farti franare sotto i piedi il sentiero che conduce al parnaso dell’immortalità. Mentre tu finivi in uno squallido cimitero di periferia, per andare a far spessore nel fondo di una fossa comune chiuso in un sacco di tela cerata, lui ascendeva alle vette del successo, lui si arricchiva e conquistava il cuore dei viennesi e del loro impero. Maledetto Mozart, se non avessi avuto la certezza del tuo annientamento, credi che mi sarebbe stato possibile reggere senza lacrime di disperazione le parole di quella sua aria… “È vero ch’io godo / la mia libertà. Ma con un marito, / via, meglio si sta.”? (invasata come una menade) C’è in questo mio istituto una rispettabile allieva di canto che voglia sbattere in faccia quelle note a questo bellimbusto?! (Entra in scena una giovane cantante nei panni del personaggio cimarosiano di Fidalma; Josepha, accogliendola, si ricompone assumendo un atteggiamento quanto possibile deferente.) Oh, contessina… voi!… Quale gioia, quale onore per me veder dedicare i meriti della vostra calda voce all’inguaribile fragilità del mio cuore!...
Musica n. 6 (Di Cimarosa viene eseguita l’aria di Fidalma “È vero che in casa” dall’atto primo, scena quinta, del melodramma giocoso Il matrimonio segreto. Terminata l’esecuzione, mentre Josepha applaude con soddisfazione, la cantante esce di scena producendosi in inchini e riverenze all’indirizzo dei membri del quintetto)
Scena quarta (I membri del quintetto, terminata l’esecuzione dell’aria e uscita la cantante, sono rimasti seduti senza batter ciglio di fronte ai loro leggii. Nel corso della presente scena reagiranno con impassibilità agli irrazionali passaggi dal “loro” al “voi” con cui si sentiranno chiamati in causa dall’attrice.)
JOSEPHA VON AUERNHAMMER (accennando il ritornello dell’aria appena ascoltata) “Ma con un marito, / via, meglio si sta, / via, meglio si sta. Ma con un marito, / via, meglio si sta, / via,meglio si sta.”… (tornando a rivolgersi al ritratto di Mozart; in tono asciutto e beffardo) L’ho poi trovato anch’io uno da impalmare, sai?... E che cosa credevi?... Che me ne stessi lì a macerare da mattina a sera, per tutta la vita, sperando… prima in un tuo ripensamento e, ora, in una tua… resurrezione?!... Mi sono presa per marito uno stimato uomo di legge; ti piace l’idea? Johann Bessenig. Ha studiato da avvocato e ora sta facendo carriera in magistratura… (ostentando soddisfazione) Sapessi che brava persona è il mio Johann! E come mi considera!... È così comunicativo!... Del suo lavoro mi dice tutto. Conosco a menadito ogni tappa della sua brillante carriera; per una moglie è importante, sai? Prima mi leggeva tutti i testi delle sue arringhe; da quando è magistrato mi legge, tutti quelli delle sue sentenze. Sentissi che prosa forbita ed accattivante, la sua! Che stile alato! Degno di Isocrate, di… Cicerone! Il mio Johann è una specie di ateniese redivivo; è un vero principe del foro il mio Johann! Viviamo nel più completo benessere. Abbiamo denaro in abbondanza. Infatti, come vedi, mi sono potuta permettere di rilevare questo esclusivo educandato. Andiamo d’amore e d’accordo, il mio Johann e io. Lui ama la musica e io amo veder sbattere in galera i mascalzoni che violano le leggi del nostro beneamato Kaiser… (rivolgendosi in modo esplicito a Mozart) Con te, zotico d’un salisburghese, mi era magari difficile sapere che cosa fosse la noia, d’accordo; ma con lui, ah!, con lui… (improvvisamente mutando umore, sfogando tutta la propria angoscia) con lui la mia vita è una steppa arida, una grigia infinita litania di giornate tutte uguali: un inferno… un inferno vero perché privo persino dell’emozione della paura! (confessando i propri sentimenti in un inatteso soprassalto di nostalgica passione) Io ti amavo, Mozart… Ti amavo! Perché?… perché non corrispondesti al fuoco del mio desiderio?!... perché?!... visto che, ancor prima che i nostri corpi avessero motivo di attrarsi o respingersi, c’era la musica a saldare in una comunione indissolubile i nostri due spiriti eletti?! (dolcemente rievocando) Come puoi non ricordare i bei concerti che dividemmo in casa mia? Come può la memoria non riportarti alle strepitose accademie che, nel parco di Augarten e sotto le volte del Burgtheater e del Teatro di Porta Carinzia, videro fusi insieme i nostri virtuosismi?... (cominciando a far riemergere punte di risentimento) Perché amasti il mio talento di pianista, ma non il corpo da cui traeva la fisica possibilità di esistere?! (in tono sarcastico e infine asciutto) Sai che brividi mi dava la tua eccitazione per l’unica Josepha che sapevi amare, per la Josepha… metafisica? Te lo lascio immaginare… No. Non ero nata per l’amore platonico. Non solo per quello, almeno. (trasalendo di postuma gelosia) Che cosa credi?! Che seguissi senza colpo ferire le lezioni che mi impartivi insieme a quella puttana di una Therese… lezioni che regolarmente si concludevano con te che te la portavi nella stanza del biliardo e con lei che su quel panno verde apriva per te le sue luride coscie?! Voi sul biliardo a spassarvela, ad ansimare e io… io a ritmare i vostri rantoli di piacere con una doppia razione di variazioni su stupidi temi di operisti italiani! Grazie, Mozart. (vedendo i membri del quintetto in procinto di lasciare la scena; molto contrariata e con il più duro tono autoritario) E voi mantenete le vostre posizioni e fatemi il santo piacere di sorbirvi il mio lamento fino all’ultima stilla di fiele! Voialtri damerini cresciuti nella bambagia delle vostre blasonate famiglie bisogna che sappiate, prima o poi, di quanta amarezza è intrisa la vita. (riprendendo a scagliarsi contro Mozart) Grazie, Mozart! E grazie anche alla tua bella Therese… quella bagascia… che era perdipiù una donna sposata! Sposata al povero signor von Trattner, l’editore da tutti stimato per le sue idee liberali e innovative, per il suo anticlericalismo e il suo antibigottismo… Complimenti, signor von Trattner!... Lei sposata e doppiamente amata; io zitella e lasciata marcire nell’abisso immobile e ristagnante delle mie voglie inappagate. Lei una pianista da quattro soldi, affidata ai tuoi insegnamenti perché meglio potesse apparire in società,… io una virtuosa che in più d’una occasione ti ha fatto provare il brivido di terrore di poter essere superato in bravura da qualcuno. Anche se non era possibile, come ben sapevi. Come ben sapevamo. Tu ed io. Ma dimmi, Mozart… furono Therese von Trattner, Babette von Ployer, Franziska von Jacquin, Marie Karoline von Rumbeke, Magdalena Hofdemel… furono tutte queste tue puttanelle a darti una mano quando avesti bisogno di farti bello davanti agli estimatori della tua arte?! Leggi qui, porco. (dopo avere estratto da un’elegante cartelletta di cuoio alcune pagine di gazzette e d’altro, evidentemente conservate da tempo con grande cura) “Fraülein Auernhammer, una splendida dilettante di pianoforte, allieva del signor Mozart”; di Therese, Babette, Marie, Mimì, Cocò e Frufrù… neanche l’ombra. E qui?... Leggi un po’ qui, maiale… dal “Magazin der Musik” di Amburgo del 23 aprile l787… ed è un articolo firmato da Cramer, mica da uno scribacchino qualsiasi…: “Madame Auernhammer è una pianista davvero eccellente; di così solide e raffinate capacità, che c’è da chiedersi se non sia ora di farsi dare da lei qualche buona lezione di stile. Era tempo che non la sentivo suonare e sono rimasto sbalordito. Del resto, oltre che squisita interprete quando siede alla tastiera, è anche piena di risorse nel risolvere i più svariati problemi inerenti alla diffusione dell’arte musicale. Basti dire che è lei ad essersi presa scrupolosamente cura della supervisione di molte sonate e variazioni di Mozart incise a Vienna dal signor Artaria.” (concludendo in tono sconsolato) Che cosa avrei dovuto fare, dimostrare o essere più di questo… per essere da te amata?! (nuovamente con piglio aggressivo) E invece tu sparlasti di me, in una lettera indirizzata a tuo padre nell’estate dell’ottantuno.
Finale con melologo (Josepha comincia la lettura del testo epistolare. In base all’orientamento registico che si sceglierà, questa fase della pièce potrà essere risolta “in forma di concerto”, con la protagonista che declama a leggìo accompagnata dall’ensemble strumentale, oppure in forma drammatica, con la protagonista che si aggira fra i membri del quintetto in azione e, mentre legge il documento, interagisce con essi in vario modo. In ogni caso, è preferibile che la declamazione abbia ben poco di naturalistico. La resa del testo dovrà toccare toni allucinati, fino a raggiungere, se possibile, momenti di vero e proprio espressionismo teatrale. A tutto ciò, dovranno dare un contributo parimenti fondamentale la musica e la scenografia: la musica, con la “demolizione” ad arte di alcuni passi della Sonata per due pianoforti KV 448 di Mozart, la scenografia con il progressivo deturpamento del ritratto mozartiano di Dora Stock, che muterà gradualmente in quello a firma di Barbara Krafft.)
JOSEPHA VON AUERNHAMMER (cominciando a leggere in tono disteso) “Padre mio carissimo, poiché nella vostra ultima lettera mi avete riferito il giudizio del conte Daun sulla famiglia Auernhammer, lasciate che vi scriva anch’io qualcosa a tale riguardo. Lui, il consigliere di corte, è la persona migliore di questo mondo; ma è di una bontà, di un’ingenuità ai limiti dell’inverosimile. Basti dire che in casa sua non è lui a portare i pantaloni, bensì…. la moglie, la più stupida ed eccentrica malalingua di questo mondo; una donna tanto pettegola quanto perfida. Ma passiamo alla figlia…”
Musica n. 7 (Di Mozart/Mantovani comincia ad essere eseguito il rimaneggiamento grottesco della Sonata per due pianoforti KV 448. L’esecuzione sosterrà e commenterà, non senza pause significative, laddove necessario, tutta la lettura dello stralcio epistolare; in corrispondenza di ogni “punto e a capo”, gli stacchi strumentali dovranno imporsi all’attenzione degli spettatori in modo più che mai vivido.)
“Come costei suoni il pianoforte ve l’ho già scritto in un mia lettera di qualche tempo fa e vi ho anche già scritto per quale motivo mi abbia pregato di impartirle delle lezioni. A me piace essere utile al prossimo, purché poi, però, mi faccia il santo piacere di non seccarmi! Si accontentasse delle due ore che le dedico ogni giorno… Macché! Mi vorrebbe seduto accanto a sé, vicino vicino, da mattina a sera. Per poter fare la graziosa e… provarci con tutto comodo. Insomma, s’è presa una bella cotta per me. Ma no… fatemi dire le cose come stanno: è… innamorata pazza!” (la musica si interrompe; Josepha commenta) È per questa ragione che componesti per me una “Sonata per due pianoforti” anziché una “Sonata a quattro mani”, vero?! Per avermi con te a fare musica, ma a distanza di sicurezza… vis-à-vis, anziché gomito a gomito? (riprende la musica; Josepha torna a leggere) “Sul fatto di amarmi follemente, dapprima ho creduto che si divertisse a prendermi in giro; ora però non ho più alcun dubbio. Interpretando l’inequivocabilità di certi suoi atteggiamenti, per esempio gli amabili rimproveri che mi muoveva ogniqualvolta mi presentavo in ritardo all’ora stabilita per la lezione, mi sono trovato costretto a dirle quello che pensavo, anche se con la massima cortesia. Ma non c’è stato verso: era sempre più pazza di me.” (la musica si interrompe; Josepha commenta) È vero. Ero sempre più pazza di te. (riprende la musica; Josepha torna a leggere) “Con l’andar del tempo tutta la questione si è ulteriormente complicata e non ho perciò potuto fare a meno di trattarla in modo sgarbato. E lei?... Come nulla fosse! Neppure immaginate, caro papà, il tono che aveva l’ardire di assumere nel rivolgersi a me… a me che ero il suo maestro! Mi prendeva per mano e, condendo le parole con insopportabili moine, mi diceva: <Come siete cattivo con me, caro Mozart! La vostra però è una fatica del tutto inutile e sapete perché? Perché, qualsiasi cosa accada, voi non smetterete mai di dimorare nel mio cuore>. In ogni angolo di Vienna si mormora che ci sposeremo e la domanda che tutti si pongono è che cosa mi spinga a prendere in moglie un simile mostro. Lei nega di avere messo in giro una diceria per me così infamante, ma so da fonte sicura che va sbandierando ai quattro venti che non solo ci uniremo in matrimonio, ma pure che faremo coppia fissa come virtuosi di pianoforte: che guadagneremo un sacco di soldi realizzando memorabili tournées.” (la musica si interrompe; Josepha commenta) E se insieme avessimo fatto davvero fortuna?... Ci hai mai pensato? (Josepha ricomincia a leggere e la musica riprende) “Ultimamente ha creduto di potersi prendere con me tante di quelle libertà, che ho dovuto cantargliele come merita e rimetterla al suo posto. A nessuno permetto che abusi del mio buon cuore. Tanto meno a soggetti come lei. Voi, padre carissimo, non avete idea di che tipo sia. Se un pittore volesse ritrarre il diavolo così com’è, potrebbe prendere spunto dal suo aspetto. È grassa come una contadina. Suda da far vomitare e se ne va in giro con tali scollature che pare si porti scritto addosso: <Prego, signori, guardino… guardino qui!>. E da vedere c’è tanta di quella mercanzia che, a metterle gli occhi addosso, viene subito voglia di diventare ciechi! Chi si lasci andare alla tentazione di guardarla, ne ricava la sensazione di avere subito una punizione di quelle che non si dimenticano per tutta la vita. Mamma mia, quanto è sudicia, stomachevole, orrenda! Con una così non c’è che un rimedio: il cremortartaro!” (La musica si conclude. L’attrice, nell’atto di ripiegare lentamente la lettera e di riporla nella cartelletta, si avvia verso la conclusione della pièce.)
JOSEPHA VON AUERNHAMMER (in tono spossato) Era dunque questo che incarnavo per te, Mozart?!... Incarnavo il tipo di femmina per cui la porta d’ingresso al regno dell’amore deve rimanere sprangata?! Era dunque questo il modo in cui turbavo i tuoi sensi, Mozart?! (in tono mesto e nostalgico) Magra consolazione, tutti i sensi tranne uno: l’udito. (presa dal vortice di una collera espressa senza più alcun ritegno) Mozart, tu neppure considerasti l’eventualità che un sacerdote celebrasse le nostre nozze, ma sapevi che la musica ci aveva resi marito e moglie fin dal nostro primo incontro. Era stata la natura stessa, attraverso l’affinità delle nostre anime, a farci convergere verso un’unione indissolubile in eterno. Tu non volesti che il nostro legame acquistasse, agli occhi del mondo, quell’ufficialità che gli avrebbe dato il sigillo della perfezione, che l’avrebbe reso il più ineguagliabile dei vincoli stretti su questa terra tra essere umano ed essere umano… Tu, ribellandoti ad una legge di madre natura, fosti il ripugnante fedifrago che minò dalle fondamenta il senso stesso della mia vita! Tu, non riconoscendo la nostra unione di fatto, violandola con la tua leggerezza, con la tua… cecità morale, mi tradisti. Tu volesti essere il Giasone del mio triste destino… E allora io sarò la Medea della tua prole sonora! Distruggerò la tua musica affamando fino alla morte l’amore che per essa sta ovunque crescendo: affamandolo con terribili privazioni, affamandolo con l’offuscamento dell’infinita bellezza delle tue creature, col deturpamento delle forme meravigliose del loro manifestarsi all’udito, con l’azzeramento del potere misterioso che detengono nel commuovere… Affamando in primo luogo me stessa, che amo la tua musica come… amai te. Disperatamente. Musica n. 8 (Di Mozart viene eseguita l’Esposizione, se necessario con ritornello, del primo movimento di “Eine kleine Nachtmusik” KV 525. Josepha esce di scena senza fretta. Nel frattempo il ritratto di Mozart, progressivamente deturpato nel corso della scena finale, è passato dall’immagine in bianco e nero di Dora Stock all’immagine a colori di Barbara Krafft. I ritratti di Paisiello e di Cimarosa, ruotando su loro stessi, sono invece mutati in stampe sbiadite. Terminata la musica, cala il sipario.) (Danilo Faravelli, luglio 2005: terza ed ultima stesura) |