|
“O BÖHMISCHES WUNDER!” Mozart e Anton Stadler: il caldo suono dell’amicizia - Introduzione teatrale in forma di monologo all’ascolto dal vivo del Quintetto in La maggiore KV 581 (1789) per clarinetto e archi di Wolfgang Amadeus Mozart (novembre 2007) |
|
(L’attore, che indossa un semplice abito borghese di foggia primottocentesca, siede accanto ad un tavolino ingombro di bottiglie vuote. Dopo avere cercato di versare vino da tre o quattro di esse completamente prosciugate, riesce finalmente a rimediarne mezzo calice scarso “tirando il collo” all’ultima. La scena è illuminata da candelieri e da non più di uno o due fari di ribalta. L’azione si finge nei primi anni del XIX secolo. L’ingresso in scena dell’attore è accompagnato, a mo’ di ouverture, da un breve estratto per quartetto d’archi da KV 589 [Minuetto, ma senza Trio] di Mozart.) STADLER Ehi!... Stavolta la truppa ci ha dato dentro della grossa! Va be’ che venivamo fuori da una prova di quelle che ti fanno rinsecchire labbra e polmoni… d’accordo; ma lasciarmi qui… così… con questa prospettiva di arsura senza vie d’uscita… con neanche mezzo calice di vino!... Chissà a che ora mi riuscirà di pigliare sonno, stanotte… (ponderando il contenuto del calice) Sfido il più ottimista dei miei compagni di bevute a soffermarsi su questo sconcio spettacolo di… carestia bacchica. Lo sfido ad affermare che quello che sto levando al cielo, a scongiurare la senile minaccia dell’insonnia… (alza il calice) è un calice non mezzo vuoto, bensì… mezzo pieno. Nossignori. Questo – e non c’è proprio possibilità d’errore – è un calice mezzo vuoto. (in tono solenne, rimirando il calice) Della cui indecente penuria di carico ci sarebbe da dolersi fino alle lacrime, se non stesse a testimoniare che qui, attorno a questo tavolo, fino a pochi istanti fa, si è per l’ennesima volta celebrato il trionfo del più bello dei sentimenti: l’amicizia. (riprendendo il tono precedente) Voglio pronunciarla nel modo giusto questa bella parola. Il modo in cui me la sono rigirata in bocca poco fa… no, non è stato dei migliori. L’amicizia non ha nulla da spartire con i toni solenni. (tenta alcune intonazioni della parola, fino a fermarsi su quella che lo convince) Amicizia… amicizia. Ecco, sì; così: a m i c i z i a. Poche cose al mondo, al pari della musica, detengono il potere di suscitare, nutrire e nobilitare questo sentimento. Non l’amore. L’amore, no; l’amicizia sì. Al cospetto di sua maestà l’amore, la musica tende ad umiliarsi… ad inchinarsi vestita dei panni degradanti del lacchè. Panni magnifici il più delle volte: sotto i quali, tuttavia, che cosa le tocca fare di se stessa? Le tocca farsi dedica quasi mai disinteressata, dono strategico, omaggio servile in cui si annidano bassi secondi fini, penoso manifesto di devozione esclusiva, ridicola ostentazione di fedeltà cieca. All’amicizia, invece, la musica si rapporta alla pari. Musica e amicizia respirano insieme con lo stesso ritmo di cuore, stanno in relazione di sorridente reciproco contrappunto. Amicizia e musica non occupano piani diversi: una su, l’altra giù. Una su a godere dell’attesa di un gesto di sottomissione dell’altra; l’altra giù a godere dell’attesa di un superbo gesto di risicata gratitudine. No. Amicizia e musica tendono a confondersi… a identificarsi l’una nell’altra, quando ci si mette davanti a uno spartito in compagnia di poche, elette persone a cui si vuole bene: e non per denaro, non per strappare l’applauso di un pubblico, ma per il puro e semplice piacere di parlarsi in una lingua perfetta, immune da ambiguità. Immune da ambiguità perché disinteressata a tradurre in concetti il significato di ogni propria frase. Io ho goduto di un’amicizia fatta di musica. Io ho suonato una musica fatta di amicizia. E ancora la suonerei, se non fossi in ciò impedito dall’età, dal respiro accorciato dagli anni e dall’ingenerosa secchezza di queste mie labbra, avvezze fino a non molto tempo fa a baciare l’ancia del clarinetto con la medesima voluttà con cui ricordano di essere state premute, spremute e strapazzate… dal sottoscritto… contro il dolce paradiso tumido della bocca dell’amata. Io ho goduto di un’amicizia fatta di musica e ho suonato una musica fatta di amicizia. La chiave di volta di questo arco miracoloso aveva un nome. Mozart. Lui stravedeva per la musica che usciva dal mio strumento; io ero pazzo della musica che abitava nel suo cuore e nella sua mente. (dalle quinte, si ode provenire un passaggio virtuosistico per clarinetto solo tratto dal Quintetto Op. 34 di Carl Maria von Weber)
Che cos’è?... Una provocazione?... Questa è roba che conosco fin troppo bene. Sentitela… sentitela anche voi in tutta la sua brillante inconsistenza. Questa è la nuova scuola. È la roba che va oggi: tanto più facile da ascoltare quanto più è difficile da eseguire, immediata, priva di quelle belle mezze tinte che sortiscono da una o due pause messe lì, al posto giusto, dove il genio ti detta, o da un improvviso cambio di tonalità… inatteso… capace di flettere la luce piena di un nominativo verso le ombre di un accusativo. Sono altre le forme che la musica assume quando le ossa e la carne dei suoi suoni sono fatte di amicizia. Morbide, carezzevoli, avvolgenti, calde. Sono forme alimentate e modellate dallo stesso cerchio di energia che pulsa nell’abbraccio in cui si stringono due individui che vogliono… l’uno il bene dell’altro.
(dalle quinte, si ode provenire il tema per clarinetto solo con cui si apre il terzo movimento del Trio KV 498 di Mozart) |