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"Lettera a Violetta" Un nonno melomane scrive alla sua nipotina (2004) |
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Violetta mia, tesoro di nonno, io so che in famiglia mi considerano un mezzo matto per il modo esagerato in cui amo la musica; forse un po’ anche tu, che pure sei la mia adorata nipotina preferita. Di’ la verità… Li ho notati – sai? – gli occhietti da furbetta con cui mi guardi quando metto su un disco in camera mia e, tutt’a un tratto, dopo essermi alzato dalla poltrona e dopo aver assunto l’atteggiamento bellicoso di un antico guerriero, mi metto a ricantare su una certa voce tonante che, uscendo dalle casse dello stereo, fa tremare i vetri delle finestre. Ma che cosa vorresti? Che cosa vorreste tutti voi, in famiglia? Vorreste che certe manie di grandezza… certe forme di esaltazione e di esibizionismo… fossero riservate solo ai giovani?! E poi, dove sta scritto che nutrire un’ardente, ardentissima passione per qualcosa equivale a mancare di quella virtù che dovrebbe essere tipica degli anziani, specie se nonni, e che prende il nome di saggezza? L’altro giorno, mentre me ne stavo chiuso in camera mia a leggere il giornale, ho percepito una conversazione a mezza voce dei tuoi genitori (che forse non era così “a mezza voce”, visto che al mio udito ormai non più perfetto non è sfuggita neanche una sillaba), il cui argomento centrale era il mio imminente compleanno. Quella creatura eternamente strapresa di tua mamma, con cui riesco a parlare sempre più di rado, si rivolgeva a tuo papà nel tentativo di venire a capo di un problema, che in realtà è un problema solo per modo di dire: “Che cosa regaliamo quest’anno a mio padre? Uffa! A lui non piace altro che la musica operistica, ma ormai possiede tutti i CD di questo mondo! Mi dici tu dove lo pesco il titolo di un’opera che già non abbia?!”. Che io possegga tutti i dischi di questo mondo è una bugia bell’e buona, lo capisci anche tu, vero, testolina d’oro? E poi, che a tuo nonno piaccia soltanto la musica di genere operistico è altrettanto falso. A me garba un’infinità di altre cose. Solo, per far sì che lo si sappia, avrei bisogno di qualche occasione per parlarne; ma, in questa casa, sono tutti sempre così indaffarati! Tua madre, tuo papà, i tuoi due fratelli grandi…: buoni, quelli! Mi sembrano i quattro dell’avemaria!... Chi riesce a fermarli per scambiarci due chiacchiere è bravo. Meno male che mi rimani tu, che sei la mia bella pulciotta con cui me la intendo a meraviglia anche se… presto, con i tre anni di flauto dolce che hai studiato alle medie e con la prima liceo che è ormai alle porte, metterai su tanta di quella superbia che il tuo povero nonno non vorrai più vederlo neanche attraverso il binocolo! No. Non andrà così, vero, Violetta? Sì, per fortuna mi resti tu, mi va di ribadirlo. E, finché dura questa nostra “corrispondenza d’amorosi sensi”, come diceva un famoso poeta, è proprio a te che voglio chiedere un regalo speciale per il mio imminente compleanno, nel quale raggiungerò un’età di poco inferiore al tempo che il pianeta Urano impiega a compiere un giro completo attorno al Sole (ricordi quanti anni gli ci vogliono, tu che da piccina eri così appassionata di astronomia?). Ehi! Non dirmi che già ti stai chiedendo a quanto dovrai rinunciare dei tuoi risparmi, per pagarlo? Stai tranquilla!... Il regalo che mi piacerebbe ricevere da te non richiede denaro, né un negozio in cui dover andare a scegliere tra mille oggetti di mille forme e colori; è un regalo che sta dentro di te e che quindi è già qui, in casa. Quel regalo è la tua pazienza; o meglio, la tua disponibilità a farti catturare da una storia – una storia, bada bene, non una fiaba – che io stesso ti narrerò: la storia di quella musica che amo tanto e per la quale in casa mi considerano un mezzo matto. Siccome mi piacerebbe raccontartela facendoti partecipe del mio entusiasmo attraverso qualche esempio concreto, ho dato una sostanziosa mancia al più grande dei tuoi fratelloni perché mi… masterizzasse una breve compilation (è così che ha chiamato la sua impresa, lui; io non faccio che ripetere pari pari quel che m’ha detto). Nel compact che ne è venuto fuori troverai riuniti in bell’ordine alcuni pezzi che serviranno allo scopo. Così, se ti andrà, potrai leggere questa mia lettera (che sta per entrare nel vivo: tieniti forte!) tenendo pronto accanto a te il tuo piccolo stereo o inforcando gli auricolari del tuo diabolico CD-player. Ciò ti permetterà di mettere in funzione l’uno o l’altro in corrispondenza della traccia che di volta in volta ti suggerirò di ascoltare. A questo punto, non ho che da rivolgerti la più ovvia, ma anche la più fatidica delle domande che ti dovresti ormai aspettare da un nonno strano come il tuo, ormai lanciato in questa sua ennesima bizzarria. La domanda è questa: “Me lo vuoi fare l’originale regalo di compleanno a cui tanto tengo? Sei disposta a darmi corda su argomenti di cui ora sai poco o nulla, ma che un giorno – chissà! – potranno costituire un interesse raffinato del quale potrai andare molto molto fiera?”. Se la risposta è “Sì!”, prosegui nella lettura di questo mio lungo quanto affettuoso messaggio; se è “No”, ripiega i fogli di questa letterona, tienili come testimonianza e ricordo del bene che ti voglio e torna tranquillamente a giocare con la tua play-station. Non mi starai meno a cuore per questo, siine certa. Sei o non sei la mia meravigliosa nipotina, la mia adorata Violetta che ama il proprio nome, nonostante le sia stato imposto per tenere buono un suo certo nonno melomane che stravede per la Traviata di Giuseppe Verdi?
Per rompere il ghiaccio, anche se già lo sai a memoria, soffermati sull’idea che la musica prediletta dal tuo nonno – cioè, da me – appartiene ad un genere molto particolare che si chiama opera; per cominciare in qualche modo questa affettuosa lezione, una piccola premessa di carattere terminologico non guasterà. Opera…: la parola è di larghissimo uso, tant’è vero che l’avrai sentita pronunciare in riferimento a cose diversissime fra loro. Ma sì, facciamo qualche esempio! Chi “adotta un bambino a distanza”, si dice compia un’opera buona; chi armeggia con cazzuola, cemento e mattoni, si dice tiri su un’opera di muratura; due chirurghi che cerchino di capire a chi tocchi l’asportazione di un’appendice infiammata, si chiederanno “Chi opera, oggi?; di una persona che abbia iniziato un lavoro, si è soliti dire “si è messo all’opera”; e così via. Resta però il fatto che, quando si fa uso del sostantivo opera così, nudo e crudo, senza null’altro aggiungere, la parola comunica un senso unico e inconfondibile: vale a dire “spettacolo teatrale i cui personaggi cantano anziché recitare”. Chi si reca per la prima volta ad assistere alla rappresentazione di un’opera finisce, presto o tardi, per domandarsi se i tipi che si muovono sul palcoscenico siano lì per catturare la nostra attenzione e meritare la nostra ammirazione oppure per prenderci solennemente in giro. Converrai con me che è difficile che uno non si chieda che senso possa mai avere un mondo nel quale circola gente che conversa cantando, bisticcia cantando, sogna cantando, visita pazienti cantando, serve in tavola cantando, firma serissimi contratti cantando, emette sentenze in tribunale cantando e sale sul patibolo su cui verrà decapitata, sempre cantando; ma proprio questo è il bello dell’opera. L’opera è un genere di spettacolo così totalmente strampalato che, a furia di frequentarlo, ci si innamora della sua stranezza e si finisce per non dare più alcun peso alla sua completa assurdità; si finisce, insomma, per prenderlo per un modo del tutto normale, logico e plausibile di rappresentare la vita umana in tutta la sua intricata varietà di sentimenti, di situazioni e di contesti. Ti è già capitato, vedendomi preso dalla musica di Verdi o di Rossini, di chiederti a chi sia venuta l’idea di regalare all’umanità questo stravagante genere di divertimento? Tanto per cominciare, bisogna dire che, tanti e tanti anni fa, diciamo non meno di quattrocento, il mondo si reggeva ancor più di oggi su quella stramaledetta disgrazia che prende il nome di Ingiustizia: c’era pochissima gente vergognosamente ricca, attorno alla quale tirava a campare una moltitudine incredibile di miserabili privi di tutto. In quell’epoca (occorre sempre dire le cose come stanno, non dimenticarlo) chi aveva i forzieri davvero stracolmi di denaro – parlo di re, principi, aristocratici d’altissimo rango, ma nondimeno di grandi mercanti e banchieri – amava concedersi passatempi incredibilmente costosi, capaci di lasciare a bocca aperta chiunque vi fosse invitato. Quella era gente che aveva bisogno di tenersi buoni un sacco di conoscenti, che non necessariamente erano amici; spesso e volentieri, al contrario, erano farabutti da rabbonire, profittatori e parassiti che si fingevano persone per bene, uomini provenienti da corti e città lontane e temibili per il loro smisurato potere. Insomma, gli svaghi organizzati e allestiti per questo popolo di nababbi, di vanagloriosi, di prepotenti e di sfaccendati di sangue blu con relative consorti erano spesso indescrivibilmente sfarzosi perché non potevano fare a meno di essere tali. Comunque, resta il fatto che ogni signore faceva a gara con gli altri nel mostrarsi all’altezza del costo sbalorditivo delle piacevolezze più ammirevoli e memorabili. Nei secoli che avevano preceduto l’epoca di cui ti sto parlando ci si divertiva con tornei cavallereschi, declamazioni teatrali, buffonerie, esibizioni di saltimbanchi, di maghi e di illusionisti; né mancavano ottimi musicisti capaci di intrattenere i loro ascoltatori con raffinate esibizioni canore e strumentali. Ma, per quanto riguarda questi ultimi – i musicisti – il “massimo dei massimi”, il top, per dirlo alla maniera tua, fu raggiunto nel momento in cui, nelle regge, nei palazzi dell’aristocrazia o nelle sontuose dimore dei più ricchi borghesi, si diffuse l’abitudine di intrattenere i propri ospiti con spettacoli di recitazione cantata. Proprio così li si chiamava allora: recitar cantando o melodramma, espressione che stava appunto a significare la novità di una rappresentazione teatrale in cui gli attori, anziché recitare parlando o declamando, recitavano cantando, con tanto di accompagnamento strumentale. Fai partire la prima traccia della tua compilation. Se tuo fratello ha fatto esattamente ciò che gli ho chiesto, ti troverai immersa in un’atmosfera sonora quanto mai efficace nell’evocare quelle prime fasi della storia dell’opera.
Esempio musicale n. 1 “Possente spirto e formidabil nume” (Orfeo) da L’Orfeo, favola in musica (atto III) di Claudio Monteverdi (1567-1643)
Era un modo di cantare completamente diverso da quello che tanto ti appassiona quando ascolti le tue canzoni preferite; un modo che ti sembrerà senz’altro monotono, noioso e “moscio” – per usare una parola di cui ti sento spesso fare uso – che è come dire “del tutto privo di quella travolgente carica ritmica che è la spina dorsale della musica di successo che oggi domina le classifiche di vendita dei dischi”. Ma era una maniera di cantare che, in quei tempi lontani, lasciava il pubblico a bocca aperta per almeno due ragioni: innanzitutto per la sua eccentricità e originalità, ovvero per il fatto che, a praticarla, erano personaggi che prima d’allora s’erano sempre e soltanto rivolti ai loro spettatori parlando, magari con un’enfasi eccezionale, magari indossando costumi sfarzosi e maschere impressionanti, ma comunque parlando; in secondo luogo, per l’apparizione, in alcune sue fasi, di quello stupefacente effetto speciale – una sorta di belato misto ad una sorta di trillo da cardellino – che prendeva il nome di gorgia e che ben presto venne definito (come ancor oggi diciamo) gorgheggio. Gorgia è una parola che deriva da un vocabolo latino che significa “gorgo”, passato poi ad indicare la “canna della gola”. E, in effetti, per restare alla nostra beneamata musica, la gorgia era un vero e proprio “effetto speciale” prodotto con la “canna della gola”. Non è un caso che fosse proprio quella l’epoca in cui andava di moda, tanto nell’abbigliamento femminile quanto in quello maschile, un ampio colletto bianco di tela pieghettata denominato gorgiera! Tutto questo, come già ti ho spiegato, era un divertimento riservato a pochi privilegiati; e non solo perché i cantanti capaci di “fare la gorgia” fossero un’autentica rarità e, in quanto tali, fossero contesi tra i pochi che erano in grado di pagare le loro speciali prestazioni di voce. L’alto costo dei melodrammi aveva anche altre cause. Affinché ne uscissero veramente sbalorditi coloro che, godendo di un raro privilegio, vi erano invitati in veste di spettatori, era necessario che gli attori-cantanti indossassero costumi magnifici, splendidamente ornati, e agissero circondati da scenari complessi quanto costosi o davanti a fondali dipinti da pittori di grido. Enorme era la quantità di coloro che restavano sistematicamente esclusi dalle grandiose feste e dai sontuosi banchetti che avevano nei melodrammi (detti anche drammi per musica o favole in musica) il momento culminante e la più attesa delle attrazioni. Tra le persone più abbienti e facoltose, chi sentiva parlare della nuova moda musicale che aveva preso piede nelle dimore dei potenti, ne era talmente incuriosito, da sentirsi disposto ad allentare senza avarizia i cordoni della borsa pur di poter presenziare, almeno una volta nella vita, ad uno spettacolo di recitar cantando. Fu così che, come sempre accade in siffatte situazioni, qualcuno pensò di sfruttare a proprio vantaggio l’aspirazione di coloro che, non essendo così ricchi da poter allestire melodrammi in casa propria, avrebbero sborsato cifre anche considerevoli pur di aggiudicarsi il diritto a varcare la soglia dei palazzi in cui si era soliti rappresentarne. Vennero dunque aperti – il XVII secolo era agli inizi – i primi teatri pubblici. Al loro interno, il nuovo genere di divertimento, divenuto ormai un’attrazione di cui si favoleggiava ovunque, avrebbe potuto accendere d’entusiasmo spettatori anche non aristocratici: gentiluomini un po’ spiantati, militari d’alto grado, ambiziosi perdigiorno, bottegai arricchiti, intellettuali con inclinazione alla mondanità, alti prelati di Santa Madre Chiesa e mercanti in viaggio di lavoro… mercanti di passaggio. Se ho chiuso l’elenco con quest’ultima categoria di spettatori “di nuovo tipo”, cara Violetta, una ragione c’è. Qual è infatti la prima città italiana che ti salta in mente quando si parla di “mercanti di passaggio”? Parlando di un’epoca in cui, muovendosi con grossi carichi, ancora non si poteva viaggiare in aereo, in treno o in TIR, la città in questione sarà stata senz’altro una città portuale, una città di mare con una spiccata tendenza a spassarsela: Venezia, in una parola. E sì, perché, se il melodramma era nato sotto gli auspici delle più ricche corti italiane – in primis, quelle dei Medici di Firenze e dei Gonzaga di Mantova – dove avrebbe potuto trovare, se non in Italia, un suolo adatto ad ospitare i propri primi teatri pubblici? E in quale città, se non a Venezia? Fino a trecento-trecentocinquant’anni fa – di tanto devi retrocedere nel tempo con la tua fantasia – Venezia era una specie di Las Vegas. Capisci a cosa mi riferisco, vero? Hai senz’altro presente quella città statunitense tutta luci, casinò, slot-machines e moltitudini di persone ansiose di rovinarsi al tavolo da gioco… Ecco, Venezia era un po’ così; e di quella sua antica smania di spassarsela sopravvive tuttora un pallido ricordo nel suo grandioso Carnevale. Il Carnevale di Venezia era qualcosa di indimenticabile allora ben più di oggi, per chi aveva la fortuna di trovarcisi coinvolto; e chi partecipava ad un Carnevale tra i canali e i campielli della Serenissima, è impensabile che prima o poi non trovasse modo o occasione di metter piede in un teatro d’opera. “Teatri d’opera”, sì: si chiamavano così perché il melodramma, divenuto ben presto un tipo di spettacolo necessariamente realizzato a più mani e con il concorso di più ingegni, trovava ormai espressa in modo compiuto tutta la propria complessità nella definizione di “opera in musica”, o, più concisamente, di “opera” (la parola su cui già mi sono soffermato all’inizio di questa mia lettera apparentemente interminabile). Ma torniamo ancora per un istante al Carnevale. Era quello il periodo dell’anno in cui si concentrava il maggior numero di svaghi; fra essi, appunto, l’avvio delle stagioni di teatro d’opera. Allora il Carnevale durava assai più dei tre giorni striminziti che oggi precedono l’inizio della Quaresima. La spiegazione di tutto ciò è semplicissima: era più sentito di oggi, perché più sentita era la Quaresima. In tempo di Quaresima ci si mortificava veramente; di conseguenza, durante il Carnevale, ci si sentiva in diritto di folleggiare senza ritegno. Ben conoscendoti, se mi figuro la reazione che puoi avere avuto all’ascolto della prima traccia del tuo CD, suppongo che tu già ti stia chiedendo quanto ci si potesse mai divertire in teatri in cui si rappresentavano storie inverosimili con personaggi che cantilenavano i loro dialoghi e che, arrivati a certe sillabe, vi indugiavano belando come pecore o trillando come cardellini; e invece andava proprio così, mi devi credere. Il fenomeno si può spiegare in molti modi, ma in primo luogo con il dato evidente che gli esseri umani di allora erano radicalmente diversi da quelli che oggi vedi girare per le nostre strade e città: le persone si vestivano in modo diverso dal nostro, parlavano in modo diverso dal nostro, nutrivano speranze e paure diverse dalle nostre e… avevano gusti teatrali e musicali diversi dai nostri. Diversi, ma non del tutto. Stai bene attenta all’esempio che sto per farti. Dimmi un po’: tu saresti contenta se, mentre sei preda delle emozioni in te scatenate da un film pieno di effetti speciali, qualcuno mettesse in bella mostra tutti i marchingegni con cui tali effetti vengono prodotti? Credo proprio di no. Rimarresti delusa perché, svelato il trucco, le tue emozioni svanirebbero di colpo, come un sogno interrotto da un brusco risveglio. A non diverse conclusioni si pervenne ben presto anche a proposito degli spettacoli operistici. Non volendo togliere al loro pubblico l’illusione di trovarsi di fronte ad un mondo nel quale, anziché parlare, era normale che si cantasse, gli impresari (vale a dire: coloro che organizzavano le messe in scena dei melodrammi con l’obbiettivo di guadagnare dalla vendita dei biglietti più di quanto spendevano per pagare cantanti e strumentisti) ritennero utile nascondere alla vista dei loro “clienti” (vale a dire: alla vista degli spettatori) le “macchine” che producevano i suoni di accompagnamento al canto. Così, gli orchestrali vennero cacciati a suonare i loro violini, oboi, trombe e timpani , anziché accanto ai cantanti come sempre avevano fatto, in grandi “buche” scavate davanti al proscenio (la porzione di palcoscenico più vicina al pubblico), in modo da risultare quasi invisibili a chi assisteva alla rappresentazione. Quella “buca”, proprio per il fatto che da essa uscivano suoni che si poteva fingere di non sapere da dove provenissero, si guadagnò una certa qual reputazione di “luogo magico”, tanto che, molti anni più tardi, con l’ingrandirsi delle orchestre e con l’affinarsi degli effetti da esse ricavabili, finì per essere chiamata golfo mistico. Le gole dei cantanti che gorgheggiavano in scena, i suoni degli strumenti che pareva venissero dal nulla, gli scenari e i costumi confezionati ad arte per la gioia degli occhi… tutto questo esercitava una formidabile attrazione sui frequentatori dei teatri d’opera; ma non solo. Devi sapere che, proprio perché Venezia era una specie di Las Vegas d’altri tempi, entrare nei suoi teatri era un po’ come avventurarsi in un vivace e animato ritrovo pronto ad offrire delizie d’ogni genere; in piccolo, e al chiuso, ci si provava quello che tu oggi sperimenteresti andando a Disneyland, a Mirabilandia o, più modestamente, in un ben attrezzato luna park. Nei teatri d’opera che, sull’esempio di Venezia, cominciarono ad essere costruiti ed aperti al pubblico in gran parte delle città d’Europa, c’era sì il grande spazio in cui venivano rappresentati i melodrammi, ma c’erano anche saloni in cui si poteva giocare d’azzardo (carte, roulette, dadi…), partecipare a lotterie, bere caffè e cioccolata (bevande di gran moda nei secoli XVII e XVIII) e fare conversazione. La conversazione, a dire il vero, la si poteva fare anche nel teatro vero e proprio, un po’ per il modo in cui era costruito, un po’ per il modo in cui si svolgeva lo spettacolo musicale stesso. Se la memoria non mi inganna, mi sembra di averti mostrato tempo fa, in fotografia, l’interno di un grande teatro d’opera italiano: forse la Scala di Milano o forse il San Carlo di Napoli… Se è così, avrai certo notato che, lungo le alte pareti di quel tipo di edificio, corrono diverse file di strani balconcini da cui – come ti dissi – si sporgono gli spettatori, alcuni con i loro piccoli binocoli, allorché va in scena lo spettacolo. Quei balconcini sono i palchi. Chi li occupava, nel momento in cui cominciava ad annoiarsi assistendo alla rappresentazione, poteva tirare una tendina e mettersi a chiacchierare con chi gli pareva, poteva consumare uno spuntino o farsi una bevuta in compagnia, poteva sfidare un amico giocando a scacchi o a carte, poteva schiacciare un pisolino o fare il galante con qualche bella dama… Con questo bell’esempio proveniente dagli occupanti dei palchi, che erano poi i membri della cosiddetta “alta società”, è impensabile che una minore agitazione dovesse serpeggiare tra i frequentatori dei settori più umili del teatro: le gallerie, che correvano al di sopra dell’ultimo ordine di palchi (piccionaia o loggione era il nome dato a quella più vicina al soffitto), e la platea, a cui si accedeva per rimanervi in piedi o seduti su una sedia presa in affitto all’ingresso (anche se, in piedi o seduti, si finiva comunque per essere bersagliati dagli avanzi di chi faceva bagordi nei palchi o nelle gallerie!). Se poi consideri che, in mezzo a tutta questa massa di individui, c’era persino chi, andando ad applaudire i propri cantanti preferiti, non mancava di portarsi appresso il cane, puoi ben immaginare quanto poco silenziosi fossero i teatri d’opera di due-trecento anni fa! Il disturbo recato al giorno d’oggi da qualche cellulare che incautamente non sia stato spento al calar delle luci di sala è ben misera cosa rispetto al frastuono che, allora, in certi casi estremi, costringeva cantanti e strumentisti ad interrompere gli spettacoli per invocare un po’ di silenzio (ciò naturalmente non equivalga a legittimare la maleducazione di chi, oggi, non si fa alcun problema ad usare il telefonino mentre l’opera è in corso di rappresentazione!). Ti dicevo, tuttavia, che la conversazione poteva essere anche favorita dal particolare tipo di spettacolo che il melodramma in sé comportava. Il suo svolgimento in scena si articolava infatti in due modalità musicali a forte contrasto. Certi momenti erano caratterizzati da cantilene, dette recitativi, accompagnate da uno o due strumenti (di solito un clavicembalo con il rinforzo di un violoncello, che nel darsi manforte formavano il cosiddetto basso continuo); i recitativi, quantunque indispensabili allo scopo di far procedere la storia secondo un filo logico, esercitavano una debolissima attrazione sull’interesse del pubblico. Momenti di tutt’altra consistenza e pregio musicale erano invece le arie, i duetti, i terzetti e altri brani cantati a voce spiegata con il sostegno dell’intera orchestra; questi pezzi, per la loro ricchezza melodica e per il modo in cui sapevano affascinare gli ascoltatori, costituivano i “numeri” più attesi ed acclamati dell’opera, quelli a cui non si mancava di prestare la dovuta attenzione (tanto più viva, ovviamente, quanto più bravi erano i cantanti che con essi si misuravano). Ascolta la seconda e la terza traccia del tuo CD. Avrai modo di sperimentare per via diretta, come fossi una spettatrice del passato, fino a che punto le bellezze vocali e strumentali di un’aria e di un duetto sapessero far quasi scomparire la povertà musicale dei recitativi che le precedevano.
Esempio musicale n. 2 “Armida dispietata! /Lascia ch’io pianga” (Almirena) dall’opera Rinaldo (atto II) di Georg Friedrich Händel (1685-1759)
Nessuno si meravigliava del fatto che, durante l’esecuzione dei recitativi, la gente si facesse gli affari propri, per andare poi in brodo di giuggiole quando attaccava un’aria o un pezzo d’assieme (così si chiamavano i duetti, i terzetti, i quartetti, i quintetti, i sestetti e così via, fino ai cosiddetti concertati). Era in quest’ultimo genere di “numeri” vocali che i più grandi artisti di canto avevano modo di dimostrare l’eventuale eccezionalità della loro bravura. Alcuni erano talmente abili nel gorgheggiare, nel dar gradualmente corpo ai suoni (con la cosiddetta messa di voce), nello spingersi verso gli estremi limiti acuti o gravi di un’estensione vocale già di per sé straordinariamente ampia, erano talmente persuasivi nell’intonazione dei loro lamenti e a tal punto soavi nel cantare i loro sentimenti d’amore, da suscitare nel pubblico stati di commozione e di esaltazione che spesso sfociavano in un entusiasmo irrefrenabile, in forme di delirio collettivo, con tanto di pianti, sospiri e svenimenti. Ogni impresario puntava ovviamente ad aggiudicarsi in prevalenza artisti di questo calibro per il proprio teatro: la gran quantità di spettatori paganti che queste “ugole d’oro” sapevano richiamare costituiva infatti la garanzia di incassi sicuri e di ragguardevole entità. Di conseguenza, poiché ogni impresario cercava di procacciarsi i migliori cantanti senza badare a spese, i compensi offerti arrivarono a cifre astronomiche e, parallelamente, l’ammirazione del pubblico si tradusse in vera e propria venerazione, in fanatismo. I cantanti finirono per essere innalzati al rango di mezze divinità. Fu proprio allora che si cominciò a chiamarli divi, una parola che ancor oggi sopravvive e che, seppure sempre più monopolizzata dagli ambienti del cinema e dalla tivù, sta ad indicare chiunque, in ambito artistico, abbia il potere di suscitare l’incondizionata ammirazione collettiva di moltitudini di persone. I divi del canto, o meglio del belcanto (come presto si cominciò a definire la loro specialità musicale), resi superbi dalla loro bravura e dalle ricchezze che grazie ad essa riuscivano ad accumulare, cominciarono a dettar legge: arrivarono a pretendere che i librettisti, quegli speciali poeti che scrivevano le parole delle opere, e soprattutto i compositori, coloro che inventavano la musica su cui cantarle, creassero arie sulla misura esatta della loro voce: arie create ad arte perché venissero pienamente soddisfatte la loro vanità e la loro sete di successo. Per questo, ancor oggi, in presenza di persone che si credono chissà chi si è soliti dire di loro che “si danno delle arie”. Primedonne e primiuomini – ecco un altro appellativo riservato ai divi del canto – erano in grado di mandare letteralmente in rovina un impresario a causa dei loro capricci e della loro ingordigia di denaro; e in molti casi ci riuscivano. Il guaio è che, se si voleva riempire palchi, gallerie e platea, non si poteva fare a meno di garantire agli spettatori la loro presenza in scena, e perdipiù in ruoli di primissimo piano; con l’ovvia conseguenza di dover soddisfare, per tenere alta la reputazione del teatro, tutte le loro stravaganti richieste, nonché di pagare le cifre fantasmagoriche dei loro onorari. Gli impresari, per cercare di far quadrare i conti, dovevano rifarsela su qualcun altro: in primo luogo sugli orchestrali, i quali, in confronto ai cantanti, erano pagati pochissimo. Sprofondati nella loro buca e guidati da un maestro al cembalo, una specie di direttore che batteva il tempo sostenendo i colleghi con il suo strumento a tastiera, i membri dell’orchestra non erano visti che di striscio dal pubblico e vestivano uniformi servili dette livree. Tracce di quell’abbigliamento “umiliante” – anche se il suo aspetto odierno risulta, almeno in apparenza, ben più rispettabile – sopravvivono nell’immagine esteriore delle grandi formazioni sinfoniche moderne, i cui componenti sono accomunati dal modo in cui vestono: un abito nero che nulla concede alla frivolezza e che, nel migliore dei casi, è un elegante frac. Non è senza significato il fatto che, col trascorrere dei decenni, gli orchestrali siano passati dalla livrea al frac e il maestro al cembalo abbia finito per rendersi visibile al pubblico emergendo dal golfo mistico per esibirsi nell’atto di guidare gli orchestrali con una bacchetta, anziché sostenerli con i suoni del proprio strumento. Tutto questo ci dice che, in un’Europa in cui le opere si rappresentavano ormai ovunque e con grande successo, si era gradualmente diffuso un sempre più marcato interesse per spettacoli in cui il canto si combinava con la varietà e la ricchezza di suono di grandi e ben coordinate formazioni di accompagnamento. Metti in movimento il tuo CD. Ascoltando la quarta, la quinta e la sesta traccia, ti renderai conto di come fossero cambiate le cose nell’arco di un paio di secoli. Nei minuti immediatamente precedenti l’apertura del sipario e l’inizio del vero e proprio spettacolo, le opere s’erano quasi sempre date un’introduzione puramente strumentale avente la funzione di zittire il pubblico e di favorirne la migliore concentrazione. Tali introduzioni potevano chiamarsi sinfonie oppure ouvertures, ma, nonostante la loro denominazione non sia mutata granché nel corso del tempo, ti stupirà sentire quanto diverso fosse il modo di “dare il benvenuto” agli spettatori del Seicento, a quelli del Settecento e a quelli del secolo successivo, l’Ottocento.
Esempio musicale n. 5 Sinfonia dall’opera buffa Il talismano di Antonio Salieri (1750-1825)
Esempio musicale n. 6 Ouverture dall’opera romantica Tannhäuser di Richard Wagner (1813-1883)
Anche nell’accompagnare i momenti cantati, del resto, l’orchestra era andata acquistando una funzione sempre meno marginale. Te ne renderai conto confrontando altri due brani, corrispondenti alle tracce settima e ottava del tuo CD. Il primo ti riporterà ad un melodramma scritto e composto poco più di centocinquant’anni fa, il secondo ad uno spettacolo operistico creato negli anni in cui tuo nonno, cioè io, era lì lì per venire alla luce.
Esempio musicale n. 7 “Lunge da lei /De’ miei bollenti spiriti” (Alfredo) dal melodramma La Traviata (atto II) di Giuseppe Verdi (1813-1901)
Esempio musicale n. 8 “Così comanda Turandot! /Nessun dorma!” (Calaf e cori) dal dramma lirico Turandot (atto III) di Giacomo Puccini (1858-1924) Anche in ciascuno di questi due pezzi hai ritrovato un’aria preceduta da un recitativo. La voce dei personaggi, però, come certo avrai notato, procede costantemente su un omogeneo tappeto di suoni orchestrali, non più su un accompagnamento del tipo che t’ho descritto in precedenza, quello diviso fra striminzito basso continuo e grande sfoggio di strumenti in concerto. Certo, in questo nuovo modo, meno schematico, non era più così facile per il pubblico scegliere quale fosse il momento migliore per distrarsi chiacchierando, giocando a carte o sorseggiando cognac, distinguendolo da quello da dedicare invece ad un ascolto attento. Ma anche le vicende messe in scena, a dire il vero, contribuirono ad abituare gli spettatori ad un modo di stare a teatro sempre più simile a quello che, nel migliore dei casi, conosciamo e pratichiamo come il “nostro modo”: silenzioso e rispettoso di fronte all’impegno di chi canta e suona per donarci piacere uditivo ed emozioni. Se nel teatro d’opera antico si rappresentavano storie inverosimili (talvolta così inverosimili da sconfinare nel ridicolo) zeppe di personaggi mitologici e di eroi un po’ esaltati, oppure strampalate buffonerie in cui c’era sempre qualcuno che finiva preso in giro e qualcun altro che si rallegrava di essere riuscito a mandare a segno la presa in giro, da duecento anni a questa parte si è sempre più cercato di portare sulle scene dei melodrammi figure non tanto dissimili da quelle che si muovono nella realtà in cui tutti viviamo, che è fatta, come ben sai, di cose che ci impensieriscono e, nel contempo, di cose che ci mettono di buon umore; tutto questo, anche se, beninteso, continua a non piovere sul fatto che, nella realtà, quella di tutti i giorni, per comunicare si parla, mica si canta. Ma, del resto, se le si togliesse il canto, l’opera che opera sarebbe? E poi, soprattutto, dove andrebbe a finire il divertimento? Violetta, tesoro, riguardando con un colpo d’occhio tutto quello che t’ho scritto, mi rendo conto di avere abusato un po’ troppo della tua pazienza. Mi auguro che la noia non ti abbia ormai del tutto sopraffatto e che, seppure condito con qualche sbadiglio, il tuo affetto per me sia rimasto quello di sempre. Il regalo di leggere le mie parole… il regalo di ascoltarmi… me l’hai benevolmente elargito (permettimi di usare anche quest’ultimo verbo un po’ melodrammatico, dopo tutto questo mio scrivere terribilmente “all’antica”); neanche immagini quanto te ne sia grato . Mi farai un dono altrettanto generoso, allo scadere del mio prossimo compleanno? Accetterai di venire con me ad assistere alla rappresentazione di un’opera? Scorreremo insieme il cartellone della prossima stagione e sceglieremo la migliore. Anzi, sai che ti dico? Sarai tu a scegliere. In che modo? Ti lascerai attrarre dal titolo che ti ispirerà maggior simpatia. Per cominciare, andrà benissimo. Ne sono sicuro.
Con tutto l’amore di cui è capace un vecchio melomane, nonno Alfonso |