"UNA VITA PER UN MORTO"  Meditazione in due parti disuguali per cominciare, se possibile,a guarire da una monomania  (dicembre 2005 / gennaio 2006) di Stefano Barisani

 

Una cosa mi piace delle bestie. Per prendersi la loro vita bisogna portarsele a casa e addomesticarle. E l’impegno è notevole per chi decida di sobbarcarselo perché quelle, di loro spontanea volontà, in una dimora umana non ci metterebbero zampa, se non per asportarne cibo, cercarvi riparo o sbranarne gli occupanti. Fra tutte si dice che facciano eccezione i cani, particolarmente predisposti, a quanto pare, ad assoggettarsi all’uomo; è vero infatti che la stragrande maggioranza di essi si affeziona senza opporre resistenza a chi li depredi della loro vita. Ma è proprio per questo che li detesto.

Personalmente sterminerei senza pietà tutti i cani del pianeta, a partire – questo è ovvio – dai più servili, e lo farei non tanto per liberarmi della loro odiosa presenza, quanto piuttosto per devolvere lo spazio vitale da essi occupato a beneficio di creature ben più degne di esistere: calabroni, piraña, amebe, vongole, fringuelli… esseri che vivono per loro stessi e basta.

Ammazzare una bestia per nutrirsi della sua carne non equivale a prendersi la sua vita, bensì la sua morte. Se macello un maiale e ne traggo costolette per tutta la mia famiglia, non mi impossesso della vita di quel suino. Gli tolgo la vita e mi prendo la sua morte per cibarmene. Altra cosa è prendersi l’esistenza di un soggetto biologicamente attivo, un individuo ben definito con una sua collocazione nella realtà, che, per quanto insulsa, è pur sempre sua e di nessun altro.

È un fatto che si verifica ogniqualvolta un canarino, un gatto, un cavallo o un pesce pagliaccio viene imprigionato contro la sua volontà entro i confini di uno spazio chiuso concepito a immagine e somiglianza delle perversioni dei cosiddetti homines sapientes sapientes (una gabbietta, un appartamento, un ippodromo, un acquario domestico…). Questo tipo di crimine viene perpetrato ogni giorno, innumerevoli volte al giorno, nei più disparati angoli della terra. Ma in modo ben più sistematico e continuativo, senza che nessuno ormai mostri di avvedersene, lo stesso crimine viene compiuto istante dopo istante soprattutto a danno degli esseri umani.

Fra gli esseri umani il plagio, la presa di possesso dell’altrui vita psichica, è una pratica talmente diffusa e ordinaria, da suscitare lo sdegno di non più di qualche soggetto eccezionalmente sensibile. Fra innamorati, fra membri di una équipe scientifica, fra coniugi, fra colleghi d’ufficio, fra amici, fra affiliati ad una setta satanica, fra consorelle di un monastero: ovunque vi siano coppie o gruppi di individui che, a parole o nell’illusorietà dei fatti, affermino di voler convergere o addirittura riescano davvero a convergere verso un medesimo obiettivo, lì si troverà immancabilmente l’individuo con spiccata predisposizione al dominio sull’altro, il soggetto destinato  a nutrirsi dell’anima altrui. Lì si troverà il parassita. Il vampiro.

         Se si nasce con un carattere debole, con una netta inclinazione alla svendita di se stessi, finisce che ci si fa il callo a vedersi mangiare l’anima dal vampiro di turno; a un certo punto, neppure più ci si vergogna dell’umiliante condizione toccataci in sorte. Ciò che si stenta a credere è che al mondo vi sia gente addirittura disposta a esiliare il proprio Io in soggetti umani che non esistono, che non esistono più, che forse non sono mai esistiti.

         Di me si può dire che appartenga a quella categoria di miserabili.

Solo stasera me ne rendo conto, mentre scendo dal treno che mi ha condotto in questa cittadina di provincia dove – me lo voglio ripetere con lo stesso compiacimento con cui mi è stato ricordato l’altro ieri per telefono – “sono atteso per il mio prezioso contributo al primo convegno di musicologia dell’associazione Pinco Pallino”. Il mio entusiasmo professionale deve essere al calor bianco, se neppure ricordo a chi è intestata la locale sede degli Amici della Musica. Dovrei dolermene, vergognarmene?... Fa differenza che me ne rammenti oppure no? Francamente, nulla mi può importare di meno.

Me ne rendo conto tutt’a un tratto e provo una sensazione di nausea che lascia presagire ben poco di buono. In treno ero preda di una strana inquietudine, di intensità mai provata prima d’oggi; un’inquietudine soffocante, di cui non riuscivo a farmi una ragione. Ora però mi è tutto chiaro. È come se vedessi l’aridità del mio mondo interiore attraverso uno speculum panoramico di nitidissimo cristallo. È come se la vedessi essiccata in un’unica compatta incrostazione, durissima e circoscritta, ma leggibile in tutti i desolanti strati del suo aggravarsi nel tempo.

I semi del mio malessere cominciarono a germogliare suppergiù vent’anni fa, quando commisi l’ingenuità di depositare la mia vita al monte dei pegni della Cultura. Fu battuta all’asta per una cifra irrisoria e ad aggiudicarsene la proprietà fu un avvoltoio di bassa statura, alquanto esagitato, grassottello, nasuto, occhi strabuzzati e pelle del volto violentata dall’inclemenza di una grave malattia infantile, imparruccato e abbigliato con una ricercatezza in cui chiunque avrebbe ravvisato un rapporto di stretta parentela con il cattivo gusto. Insomma: un provinciale fatto e finito, per dirla in cinque parole. E, come se non bastasse, morto. Morto da duecento anni.

La mia vita appartiene a un morto bicentenario che, per una serie imponderabile di ragioni perlopiù indipendenti dall’essenza della mia sensibilità e del mio intelletto, mi sono trovato a giudicare artista di talento inimitabile ed emblema di una creatività individuale che nessuno neanche lontanamente potrebbe tentare di eguagliare; in altre parole: il più grande musicista di tutti i tempi. Vorrei aggiungere, a titolo di precisazione, che naturalmente parlo di Mozart, ma in questo “naturalmente parlo di Mozart” è compendiato in modo così incontrovertibile tutto l’automatismo della mia condizione servile, da rendermi assai indeciso circa l’opportunità di lasciarmi effettivamente andare a una rivelazione tanto sfacciata e per me umiliante.

Ma sì! Perché vergognarsi delle proprie colpe, quando non c’è più modo di mondarsene? “Naturalmente parlo di Mozart!”: voglio ripeterlo a me stesso senza mezzi termini, visto che per casi come il mio non è prevista redenzione di sorta.

Da vent’anni mi dedico con passione esclusiva allo studio dei frutti del suo ingegno musicale e mi sentirei il più spudorato dei mentitori se non ammettessi di avere provato emozioni fortissime abbeverandomi alla fonte della loro bellezza. Quello che tuttavia non mi riesce più di accettare, stasera come mai prima d’ora, è la convinzione a cui sono stato condotto dai miei simili e che infine mi sono da me stesso conculcato: secondo la quale la perfezione delle opere di quel trapassato costituirebbe il punto d’arrivo di ogni possibile fantasia sonora passata, presente e futura. Al punto da meritare tutela perenne da parte di alcuni posteri con spiccata inclinazione al fanatismo religioso più castrante, quello dei sacerdoti più irriducibili nella convinzione che al loro ministero debba corrispondere una dedizione intellettuale ed esistenziale costante, instancabile e refrattaria alla distrazione.

Stasera, improvvisamente, non mi resta un solo dubbio. È evidente: coloro che dicono di ammirarmi accorrendo ad ogni mia conferenza e leggendo avidamente ogni riga che pubblico, coloro che credono di essersi procurati un po’ di lenimento alle loro infelicità divertendosi alle mie spalle, mi hanno preso per un idiota e io ho finito per non volerli deludere.